ROMA. La decisione del Tar del Lazio cade come benzina sull'incendio che sta covando sotto la superficie del Pdl. Da settimane Sivio Berlusconi si trattiene a stento di fronte ai quotidiani distinguo, alle critiche velate o esplicite di Gianfranco Fini. E anche sulla vicenda del decreto, o meglio del braccio di ferro innescato con il Quirinale per costringerlo a firmare, il Cavaliere non ha affatto gradito l'atteggiamento del presidente della Camera.
Mentre il governo andava all'assalto del Colle, sfoderando anche un Gianni Letta insolitamente aggressivo e, dicono, persino brutale e minaccioso, Giorgio Napolitano ha infatti trovato una sponda proprio in Fini. E' stato lui a mediare quando il Quirinale ha detto «no» alla prime due bozze di decreto, quelle che pretendevano di cambiare con un atto d'imperio del governo la legge elettorale. Sempre lui a spingere verso l'ipotesi di un decreto solo «interpretativo». Un'altra cosa che il Cavaliere non gli perdonerà.
Nessuno ha più dubbi del resto che dopo il 28 marzo la resa dei conti sia ormai inevitabile. E si moltiplicano anche nel centrodestra voci e indiscrezioni sui possibili epiloghi del regolamento di conti. Il «Giornale», di proprietà della famiglia Berlusconi, domenica scorsa ipotizzava che Fini è pronto a uscire dal Pdl e a fondare un partito tutto suo. E ne indicava persino il nome: Partito della nazione, o Partito dei cittadini. Puntuale e obbligata è arrivata la smentita di Fini. Ma il «Giornale» non ricorda che il "copyright" del Partito della nazione non ce l'ha Fini, ma Pier Ferdinando Casini. E' stato il segretario dell'Udc a indicarlo come un traguardo parlando all'assemblea nazionale del suo partito nell'aprile del 2009. E lo identificava come un partito non populista, plurale, laico anche se di ispirazione cristiana.
Di certo dopo le regionali nel Pdl si confronteranno due idee di partito. Che già si scontrano sui rispettivi siti internet di riferimento. Un solo esempio, il sito di Magna carta, fondazione di Gaetano Quagliarello, dove si saluta il prevalere del «partito-caserma» nella vicenda del decreto elettorale e si invita ad «accompagnare alla porta i congiurati». Il Pdl, continua l'ultrà berlusconiano, ha bisogno di «solide falangi» e di «un leader che comanda». Ha bisogno di «poco dialogo interno e nessun confronto». Proprio quello che invece chiederà Fini dopo il 28 marzo in modo ancora più pressante. Berlusconi gli risponderà di no. E poi? Una stima prudente dice che Fini può contare su 50-60 fra deputati e senatori. Una rottura esplicita fra i due cofondatori potrebbe aprire la strada a un nuovo partito moderato. Ma di sicuro renderebbe incerta anche la navigazione del governo Berlusconi.