E ora nell'indagine spuntano anche i nomi di Tarantini e Dell'Utri
TRANI. Marcello Dell'Utri e Gianpaolo Tarantini: Michele Santoro farà anche questi due nomi, martedì prossimo, alle 10, quando comparirà come testimone nell'inchiesta di Trani.
Nell'inchiesta sono indagati per concussione il premier, Silvio Berlusconi e il commissario dell'Agcom, Giancarlo Innocenzi. Dalle carte spuntano nuove intercettazioni di telefonate del premier al presidente dell'Agcom Corrado Calabrò e a Innocenzi: «Non voglio più vedere la faccia di Di Pietro in tv». Ma da ieri l'inchiesta si è tinta di giallo. Fonti della procura confermano che anche il direttore del Tg1, Minzolini, è coinvolto nel giro di pressioni, quindi indagato per concussione o favoreggiamento. Ma alle 13,21, l'Ansa batte la notizia: «Minzolini non è indagato». E nove minuti dopo il Tg1 la rilancia. Minzolini non indagato, è il messaggio che passa, ma è intercettato in molte delle quaranta telefonate che il premier fa a lui e al commissario dell'Agcom nel giro di appena quindici giorni, a settembre del 2009. Sono le proprio le trascrizioni del telefonate di Minzolini (anche con il ministro Tremonti e il sottosegretario Bonaiuti) il punto forte dell'inchiesta condotta dal pm Michele Ruggiero che due giorni fa ha chiesto al gip, Roberto Olivieri Del Castillo, di interdire Innocenzi dai pubblici uffici, ma che da domani si ritroverà in procura gli ispettori di Alfano, guidati da Arcibaldo Miller.
Oltre al giallo-Minzolini, quindi, si apre una indagine bis per fuga di notizia, ma la procura anticipa i tempi: il procuratore Carlo Maria Capistro crea un pool, ci mette a capo il sostituto Ruggiero, convoca Santoro che porterà martedì a Trani una pila di documenti. Farà i nomi di Innocenzi, di Mauro Masi, direttore generale della Rai, Minzolini, aggiungerà anche Dell'Utri e l'imprenditore pugliese Tarantini, che portava escort a palazzo Grazioli e villa Certosa e, soprattutto, consegnerà nelle mani del magistrato una lettera datata 21 settembre 2009. La lettera è scritta da Masi, non controfirmata da Calabrò, ma voluta da Innocenzi, che diffida Santoro a mandare in onda la ricostruzione in tv del processo Mills.
È la lettera del "tre per cento": cioè se Santoro avesse mandato in onda il caso Mills, la Rai avrebbe rischiato una multa pari al 3 per cento del suo fatturato. Era la diffida partita da Agcom, e su di essa si basa l'ipotesi di concussione, le pressioni del premier per fare chiudere Annozero. La ricostruzione è in cinque tappe. La prima: Berlusconi chiama e richiama il "direttorissimo" Minzolini che si mette a disposizione del premier confezionando editoriali che smontino, di volta in volta, casi scottanti come D'Addario o Spatuzza, ogni volta che Santoro li manda in onda.
Quindi il premier si rivolge direttamente a Innocenzi e lo invita a studiare una "strategia" per fermare Santoro. La risposta del commissario dell'Agcom è appunto la lettera di diffida, anzi di minaccia di multa che però Calabrò non firma e manda su tutte le furie Berlusconi tanto che, in una delle 40 intercettazioni, il premier riempie di improperi Innocenzi e sbotta: «Calabrò dovrebbe lasciare il suo posto insieme con tutta l'Agcom». La patata bollente, quindi, passa nelle mani di Masi che se ne esce con una frase ormai celebre: «Non avverebbe neanche nello Zimbawe». Ma la lettera la scrive e Santoro la riceve.