Occorre non perdere la passione per l'alta politica, quella che sembra astratta, ma non lo è. C'è chi lamenta la propria insofferenza nei confronti della fase politica, che stiamo vivendo, e parla di una fase di «strapotere dei partiti». Non ci troviamo di fronte ad una politica forte, al contrario, a partiti deboli corrisponde una politica debole, non in grado di esprimere al meglio i bisogni di una società fattasi complessa. La formazione del governo nazionale e il numero dei partiti che dovevano essere rappresentati, la lenta operazione di risistemazione e di costruzione degli equilibri nella formazione del governo regionale, assessorati ed assetti negli enti e agenzie, che hanno guardato più alle identità che alla qualità delle rappresentanze, ne sono l'esempio più eclatante. Situazioni che hanno fatto emergere l'esatto contrario di quanto predicato dall'intera Unione, in materia di competenze, professionalità ed esperienza, delle rappresentanze a tutti i livelli.
Il problema è dato dal formarsi di coalizioni basate su una decina di partiti che fanno prevalere l'esigenza della visibilità e che hanno prodotto una dissennata moltiplicazione di ministri e il record storico di sottosegretari in Italia, una altrettanto dissennata vocazione alla moltiplicazione degli enti in Abruzzo. Un quadro che produce, ogni volta che ci si esprime su un problema, una rappresentazione del proprio pezzetto elettorale. Naturalmente non è tutta colpa della deprecata legge elettorale, che ha fatto solo tracimare il desiderio non lo ha creato. Per questo la scelta di avviarsi verso la costruzione di un partito democratico è oggi attuale ed utile per il bene del Paese e del mondo del lavoro.
Osservo che solo nella fase di partiti fortemente strutturati il nostro paese ha saputo produrre riforme di grande respiro strutturale e democratico, statuto dei lavoratori, Riforma della sanità, della Previdenza, per citarne alcuni. Oggi, il livello del dibattito ripropone una effervescente necessità di cambiamento strutturale della società, che ha bisogno di una politica riformista, gradualista ed innovatrice. Questo è il tema di fronte a noi, e su tutto quello che accade e sta accadendo si pone il problema delle responsabilità della politica. Le prese di posizione, le interviste e le dichiarazioni sul tema del partito riformista, osteggiano una politica utile a costruire, nella società, piattaforme e progetti condivisi. Rivendicare, come fanno tanti interlocutori, maggiore democrazia, che tra l'altro è un diritto inalienabile di tutte le minoranze consapevoli del proprio ruolo e vogliose di dare un contributo, è una "metodologia di maniera" se non esprime il disperato bisogno di una cultura politica, che elabori e rifletta sui temi del nostro tempo.
Anche chi oggi si sente escluso dal dibattito è prigioniero proprio dell'assenza di una cultura politica che non si sforza di capire la società del tempo e di portarla verso alcuni approdi e tratti comuni. Il partito democratico deve nascere proprio per rifondare su basi nuove questi approdi e tratti comuni, evitando la conta di quanti della Margherita e dei Ds entrano nel suo organo direttivo. Ma aprire le proprie porte a tutti quelli, come ci invita a fare Fassino, che condividono un percorso, un progetto una idea. Sarebbe cosa buona sfuggire alla tentazione di difendere partiti rigidi nell'autodifesa di sé, talmente autoreferenziali da dimostrare la loro debolezza nel misurarsi con il nuovo. Il mondo del lavoro ha bisogno di una rappresentanza politica che sia in grado di misurarsi sui grandi temi dei diritti, della qualità e quantità della occupazione.
La storia ha dimostrato che dalla convergenza della cultura riformista cattolica e socialista si sono prodotti cambiamenti epocali nel nostro paese. La nostra condizione economica e sociale richiede una convergenza e la realizzazione di una situazione analoga per una politica forte.
* Segretario regionale Cgil