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Pescara, 20/04/2026
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Data: 19/03/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Folla in centro per D'Alfonso per la presentazione di un libro, la gente resta fuori: «Serviva il Massimo». L'ex sindaco «Fra due anni si apre e si chiude la partita della liberalizzazione ferroviaria, bisogna iscrivere questa vertenza tra le priorità».

L'INIZIATIVA Alla Feltrinelli il volume dello storico Felice «Oggi c'è una politica con le gambe a cavalcioni»

PESCARA. Quando Luciano D'Alfonso entra dentro la sala interna della libreria Feltrinelli, dove la gente è stipata come in una cassa di sardine, una signora esclama: «Bisognava farlo al Massimo». «L'avevo detto io» risponde l'ex sindaco ridendo.
D'Alfonso si riprende la scena al centro della città attorno alle 18, quando arriva accompagnato dalla moglie Livia alla presentazione del libro di Costantino Felice, docente di Storia economica all'università «Gabriele d'Annunzio», «Le trappole dell'identità. L'Abruzzo, le catastrofi, l'Italia di oggi» (Donzelli), riflessione post-sisma su una regione in cerca di se stessa, che lo storico coglie osservandola attraverso la lente d'ingrandimento di una tragedia finita nel tritatutto dei mass-media internazionali «con una esplosione stucchevole di retorica» a partire dai miti letterari: i pastori di D'Annunzio e i cafoni di Silone: «Che però» dice, «non rappresentano una regione dove nel periodo raccontato da Silone c'erano distretti proto-industriali».
Per l'ex sindaco è la prima vera uscita pubblica, dopo quella simbolica per l'inaugurazione del ponte del Mare, e qualche apparizione in sezioni del Pd. «Il mio avvocato però mi ha raccomandato di non dire niente che riguardi l'attualità» precisa. Anche se, alla fine, «da cittadino non indifferente», qualcosa finirà per dirla. «Aspetto che torni in politica» gli dice un anziano passando in bici su corso Umberto. Lui saluta, stringe mani, benedice, abbraccia professionisti, dipendenti comunali, consiglieri del Pd di oggi e di ieri, ex assessori, gli ex senatori Nevio Felicetti e Angelo Staniscia. Si vede tra i libri anche il presidente del consiglio comunale Licio Di Biase. «Se bacia tutti passa un'altra mezz'ora» fa l'ex consigliere provinciale Aurelio Giammorretti. Quando l'incontro inizia, decine di persone restano fuori, compreso il cabarettista 'Nduccio, che fa capolino per un attimo. All'interno, nello spazio angusto, pochi seduti, decine in piedi. Una piccola folla si assiepa attorno alla porta-vetrata esterna, a cui i relatori danno le spalle. La gente bussa. «Dicono di aprire: io lo farei, ma mi prenderei un altro avviso di garanzia» scherza D'Alfonso.
Il dibattito è appena cominciato quando una donna si avvicina al vetro e comincia a scrivere qualcosa con un rossetto color ciliegia. Dall'interno la gente osserva incuriosita leggendo al contrario. Oscar Buonamano, che coordina il dibattito, si ferma. D'Alfonso si gira: «Noi amiamo Luciano» c'è scritto.
Per parlare dell'identità degli abruzzesi, con D'Alfonso, Buonamano e Felice, al tavolo ci sono anche Giovanni Brancaccio, ordinario di Storia moderna all'università di Chieti-Pescara, e Paolo Mastri, capocronista del «Messaggero». «Quello di Felice è un libro in cui, a partire dal terremoto del 6 aprile, si fa un'analisi critica per smitizzare il luogo comune degli abruzzesi forti e gentili perché, durante la tragedia, sono emersi anche gli aspetti negativi, come lo sciacallaggio, la mancanza di solidarietà» spiega Brancaccio. «L'Abruzzo grazie ai sacrifici degli abruzzesi è diventato quello che è ma non bisogna farne un mito, è ancora parte del Mezzogiorno» mette sull'avviso il professore.
«I "cafoni" e i pastori non cristallizzano l'identità degli abruzzesi, che è fortemente relazionale» dice D'Alfonso, consultando gli appunti ordinati presi con cura meticolosa su un quadernone a righe mentre continua a rispondere ai messaggi che arrivano a decine sui due telefoni. Per l'ex primo cittadino, bisogna pensare una nuova organizzazione della Regione, «perché è mancata sempre una città-guida, ed è stato forzoso avere organizzato una leadership com'è avvenuto». E programmare, a partire dai «geni invisibili» del territorio, «che evocano per esempio il collegamento con l'altra sponda adriatica». «Quando qualcuno ha immaginato l'idea di "Pescara città vicina"» dice citando lo slogan della sua amministrazione, sostituito dalla giunta di Luigi Albore Mascia con «Pescara città dannunziana», «era nel senso di solidale, di avvicinare le distanze». E ancora: «La politica deve stare avanti agli accadimenti, e lo fa se scruta la storia. C'è però una classe dirigente che preferisce mettere le gambe a cavalcioni». Ed ecco che riemerge il D'Alfonso politico: che ricorda, per esempio, che «fra due anni si apre e si chiude la partita della liberalizzazione ferroviaria e che bisogna iscrivere questa vertenza tra le priorità». L'incontro si conclude. Felice ringrazia D'Alfonso: «Il più grande leader politico D'Abruzzo» si sbilancia. «Quando si farà la storia delle élite politica abruzzese, si coglierà il suo valore».

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