L'ex leader di An punta sul modello francese bocciato da Silvio
ROMA. La conferma arriva anche a pochi giorni dal voto. Nel centrodestra ormai vivono e si confrontano due teste. Silvio Berlusconi, padre padrone incontrastato per 15 anni, dovrà presto decidere cosa fare: rassegnarsi alla fine del suo potere assoluto o andare a una guerra interna che potrebbe rivelarsi pericolosa e destabilizzante anche per il suo governo.
Solo tre giorni fa il Cavaliere, con un nuovo strappo, aveva rilanciato l'elezione diretta del presidente della Repubblica. Ieri Gianfranco Fini ha preso le distanze, corretto, persino punzecchiato il Cavaliere proprio sul tema più strategico e sensibile. Ma ha anche criticato lo schiacciamento del Pdl sulle posizioni della Lega e difeso la questura di Roma nella polemica con il Pdl sulle cifre della manifestazione di San Giovanni.
Il presidente della Camera, presidenzialista da sempre, avverte che in questa legislatura (cioè prima delle prossime elezioni politiche del 2013) sarà difficile affrontare una riforma del genere. E lo dice sottolineando che l'opposizione potrebbe non essere d'accordo. Come a dire, e ribadire, che le riforme istituzionali vanno fatte insieme. Ma se non bastasse, Fini aggiunge che il modello di presidenzialismo a suo giudizio più «esportabile» in Italia è quello francese. Vale a dire un sistema che Berlusconi ha sempre visto come fumo negli occhi.
«Non è vero - sottolinea Fini - che il presidente eletto dal popolo sia il dominus assoluto. Nel modello francese ci sono pesi e contrappesi, e anche negli altri modelli presidenzialisti: basti guardare a quanta fatica ha fatto Barack Obama a far passare la sua riforma della sanità o alle modifiche della quinta costituzione apportate da De Gaulle, ma quei sistemi sono sistemi che funzionano». In un sistema presidenziale, aggiunge quindi Fini, il Parlamento non deve essere più debole, ma più forte.
Dopo qualche ora (e il molto rumore alimentato dalle sue parole) tiene a precisare di non essere affatto contrario al presidenzialismo. «La riforma diretta e popolare del capo dell'esecutivo - sottolinea - rappresenta una riforma importante e positiva». Si tratta però di ragionare del rapporto fra governo e Parlamento e soprattutto di valutare «il grado di condivisione che una simile riforma può avere in questa legislatura».
Insomma se ne potrebbe anche parlare, ma non a colpi di slogan. E in ogni caso sarebbe meglio fare adesso le riforme su cui c'è già un larghissimo accordo.
Fini non lo dice, ma proprio il terreno delle riforme potrebbe essere il ring in cui si giocherà la prossima partita politica nei quasi tre anni senza elezioni che il nostro Paese ha di fronte. Eventuali riforme istituzionali porterebbero con sé anche la riforma elettorale che chiedono a gran voce Pd e Udc. La vera chiave di volta che potrebbe aprire la strada a una ricomposizione delle alleanze politiche.
Per adesso Fini non fa sconti. Applaude a Maroni, che ha difeso il questore di Roma dagli attacchi ai limiti dell'insulto ricevuti da Maurizio Gasparri. È in «crisi etilica», gli aveva detto in una nota ufficiale il capogrupo del Pdl al Senato. Fini non lo nomina, ma apprezza le parole «encomiabili» di Maroni secondo il quale nelle questure lavora gente che sa il fatto suo. Lui, aggiunge, «ha avuto senso delle istituzioni». E avverte il Pdl a non sembrare la fotocopia della Lega. Perché in quel caso, si chiede, «perché bisognerebbe scegliere la fotocopia e non l'originale?».