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Data: 31/03/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Berlusconi esulta: ora il presidenzialismo. In cambio pronto a fare concessioni alla Lega. Napolitano: garantire l'unità nazionale. Bersani in contropiede: non è sconfitta

ROMA. «L'attività di governo è stata premiata. Ora avanti con le riforme». Silvio Berlusconi esulta per il successo elettorale ottenuto in sei regioni, incassa il «miracolo» Lazio e Piemonte e detta l'agenda agli alleati ma anche all'opposizione. Nessun timore per l'avanzata della Lega che in Veneto è il primo partito e a Milano chiede la poltrona di sindaco per Bossi: «L'alleanza è garanzia di rinnovamento». Non una parola, invece, sulla flessione registrata a livello nazionale dal Pdl. Il Cavaliere preferisce godersi il lieto fine di una campagna elettorale che lo ha visto schierato in prima persona e tira un sospiro di sollievo: «Ha vinto l'amore sull'invidia e sull'odio. Gli elettori ci hanno dato ragione».
Il giorno dopo il successo elettorale, Berlusconi chiama a raccolta gli alleati e accelera sulle riforme. Sulla questione interviene Giorgio Napolitano, che immagina uno sviluppo del processo riformatore su basi «autonomistiche e solidali» e chiede che sia garantita l'unità nazionale. Il capo dello Stato auspica che le riforme siano «condivise» e che si parta da quelle già discusse nella precedente legislatura come la Bozza Violante. Nell'attesa che parta il confronto, Berlusconi si prepara a concedere a Bossi il federalismo e in cambio chiederà il via libera alla riforma presidenzialista. L'agenda è pronta e nei prossimi giorni il Cavaliere ne parlerà con gli alleati. Comincerà con Bossi, il suo alleato più fedele e «padrone» del Nord. Ma i problemi, è facile prevederlo, arriveranno con Fini.
La soddisfazione della Lega, del resto, viene confermata da Roberto Maroni per il quale ha vinto la «concretezza padana». «La forza della Lega», assicura il ministro dell'Interno, «ci farà essere ancora più determinati sulla via del federalismo». Il processo riformatore al quale pensa Berlusconi dovrebbe prendere il via con un giro di vite sulle intercettazioni (il disegno di legge che è in dicussione in Parlamento dovrebbe essere approvato senza modifiche) poi si passerà alla riforma della giustizia. Il Cavaliere è comunque pronto a rilanciare la riforma della Costituzione con l'elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier e la riduzione del numero dei parlamentari. Resta sul tavolo anche la riforma fiscale che, per molti esponenti del Pdl a cominciare dal ministro Tremonti, è la strada maestra per razionalizzare e ridurre la spesa pubblica. Quella del fisco, ha detto il ministro dell'Economia, «è la riforma delle riforme, la più grande che si possa immaginare in campo economico». E promette di realizzarla prima della fine della legislatura: «E' la nostra sfida nei prossimi tre anni».
Per il Pdl, però, la strada non è tutta in discesa. Dopo il successo ottenuto al Nord, la Lega punta i riflettori sulle amministrative in programma per il prossimo anno. In gioco c'è la candidatura a sindaco di Milano e Bossi, che due sere fa ha rivendicato il ruolo di «arbitro», si prenota per la poltrona di palazzo Marino. Ce la farà? A sbarrargli la strada ci pensa Ignazio La Russa. «Il Carroccio sa benissimo che, nonostante la disponibilità del tutto teorica di Bossi a fare il sindaco, Milano non è in discussione», taglia corto il ministro della Difesa e coordinatore nazionale del Pdl. Palazzo Marino, insomma, non è negoziabile e questo «lo sa anche Bossi», puntualizza La Russa che aggiunge: «La Lega a Milano ha il 14 per cento. Apprezzo la sua capacità di erodere voti alla sinistra ma non a noi, specie a Milano». A ricordare che nel capoluogo lombardo il Pdl è il «primo partito» è anche il sindaco Letizia Moratti che apprezza la «lealtà» della Lega.

Bersani in contropiede: non è sconfitta
«Dimezzate le distanze dal centrodestra». Ma le minoranze chiedono una correzione di rotta

Sulle regionali non boccia nessuno Ringrazia Bresso e Bonino, elogia De Luca ma ignora Agazio Loiero

ROMA. «Abbiamo dimezzato le distanze dal centrodestra». Bersani gioca in contropiede, spiazza avversari e anticipa il malumore di Franceschini e Veltroni. «Non intendo cantar vittoria ma neanche parlare di sconfitta» dice in un'affollatissima conferenza stampa a largo del Nazareno.
E sembra scaldare i muscoli per il "chiarimento" che ci sarà in serata con i vertici del partito. Le sue prime parole dopo il voto hanno irritato Franceschini, e non solo. Con quel "era un partito morto, abbiamo invertito la tendenza" che è sembrato un messaggio esplicito nei confronti dei precedenti segretari. E da "Area democratica" arrivano refoli di gelo: «Ci sono grossi problemi, serve una correzione di rotta» dicono nella corrente di minoranza, quella uscita sconfitta dal congresso di novembre. Bersani viene criticato soprattutto per la scelta dei candidati in Lazio, Lombardia, Calabria e Campania. Le regioni dove il centrosinistra è stato sconfitto. «Ma non dimentichiamoci della vicenda Vendola» dicono velenosamente i suoi avversari interni. Già, Vendola. Prima escluso, poi rientrato grazie alle primarie vinte con largo scarto, fino al trionfo di lunedì sera.
«Ricordiamoci cosa si diceva nei mesi scorsi - dice Bersani - quando secondo molti potevamo giocarcela in quattro regioni. Ne abbiamo conquistate sette, e in Piemonte e nel Lazio è stato come colpire un palo in zona Cesarini». E' un Bersani che si sforza di pensare positivo, respinge le nubi che si addensano sulla segreteria, vede accorciarsi le distanze dal Pdl: «Dalle Europee ad oggi c'è un dimezzamento del distacco rispetto al Pdl, contando anche le nostre liste civiche, e senza Udc». Una stoccata per Casini: «Come si fa a essere così alternativi alla Lega e a fare alleanze dove si scaricano i problemi che la Lega determina? L'Udc è stato importante per noi in Puglia, ma è stato molto importante per il centrodestra nel Lazio e in Campania...».
C'è comunque un'inversione di tendenza. Innegabile secondo Bersani, ed è la teoria che fa infuriare i colonnelli del Pd che ieri sera gliene hanno chiesto conto. Ma il segretario vuole procedere con il "cantiere delle alleanze per parlare dei problemi del paese, perché noi possiamo anche discutere al nostro interno, ma abbiamo delle responsabilità nei confronti del Paese". Ed è proprio sulla base delle responsabilità che spedisce una letterina a Berlusconi: «Disponibili a qualsiasi tavolo dove si parli di lavoro, scuola, famiglie, imprese. Disponibili anche a parlare di riforme istituzionali, partendo dalla bozza Violante, cioé governo e parlamento con più forza». Ma sul minacciato presidenzialismo di Berlusconi avverte: «Pronti ad opporci con i referendum».
Torna sulle regionali e non boccia nessuno. Ringrazia Bonino, Bresso, ha parole di elogio anche per De Luca, non nomina Loiero. Incalzato su Vendola tenta di anestetizzare la discussione: «Si è seguita una procedura con le primarie, niente di strano». E quando gli viene chiesto se il governatore pugliese potrebbe essere uno dei candidati leader per le prossime politiche gli scappa un sorrisetto: «Stiamo costruendo il cantiere, non ci sono preclusioni per nessuno, si vedrà» dice. Ma su Sel (Sinistra, ecologia e libertà, il partito di Vendola) apre il portone: «Pronti a discutere, vogliamo allargare la coalizione a chi ha i nostri stessi obiettivi». E la Lega, il Pdl? «Il Pdl avrà grossi problemi con la Lega, l'unico partito cresciuto insieme al nostro».

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