PESCARA - Ci vuole la faccia, sempre e comunque. Per dire una cosa e farne un'altra, per chiedere scusa e fregarsene, per puntare il dito accusare colpire processare e poi saluti e baci. Ma anche per fare il j'accuse pentirsi confessarsi in pubblico, «mi sono fidato e ho sbagliato», che tanto tre avemaria bastano. Ci vuole la faccia dice a Gianni Chiodi il consigliere regionale dell'Idv Cesare D'Alessandro: aveva promesso e non ha mantenuto.
Resta in carica la norma sui dirigenti d'oro con le promozioni allo staff del presidente impugnate il primo marzo scorso dal ministro Fitto: ieri la maggioranza di centrodestra ha respinto in Commissione Bilancio gli emendamenti dell'Italia dei Valori che puntavano a cancellarle. Promesse da marinaio, accusano i dipietristi. «La volontà di porre rimedio all'inganno, a dire di Chiodi perpetrato da un suo collaboratore presumibilmente "premiato" dalla nuova legge - dichiara D'Alessandro - si scontra con la realtà dei fatti: Chiodi e la sua maggioranza, chiamati oggi a votare un emendamento per cancellare i vergognosi favoritismi, ritengono ancora di non farlo, lasciando le cose come stanno. Evidentemente i buoni intenti venivano annunciati soltanto in campagna elettorale ma adesso "passata la festa, gabbato lo santo"». Un no su tutta la linea quello siglato ieri dal Pdl nella prima commissione dopo le lunghissime ferie pasquali. Eppure era stato proprio Chiodi ad ammettere che si trattava di una "sveltina clientelare". Spiega D'Alessandro: «La maggioranza, si badi bene, ha ritenuto di non dover approvare neanche l'emendamento che accoglieva tutte le osservazioni fatte dal ministro Fitto, disconoscendo non solo l'autorità istituzionale del ministro ma anche quella politica, militando Fitto nello stesso partito di Chiodi».
Eppure aveva promesso. Il nove marzo, il presidente della Regione Abruzzo dice al Messaggero di aver subito un tradimento: «Io non sapevo nulla, sono stato imbrogliato». Raccontava il presidente che un suo collaboratore, uno dei più fidati, la notte del 30 dicembre aveva infilato due righe a sua insaputa nella finanziaria 2010, «là dove si scrive all'articolo 22 che l'espletamento dell'incarico nell'ufficio di diretta collaborazione del presidente costituisce titolo di carriera da far valere nei concorsi pubblici». Norma estranea ai miei principi, sottolinea Chiodi e quel collaboratore è stato avvertito: adesso ti perdono, la prossima volta a casa. Ma a tutto c'è rimedio, assicurava il governatore ai cittadini. Cosa farà la Regione? «Non resisterà in via giudiziaria all'impugnativa del governo. Parlerò col ministro - aveva annunciato Chiodi - e informerò i tecnici della nostra intenzione di mettere a punto e approvare una norma abrogativa. Al più presto». Ma di quella "norma abrogativa" neanche l'ombra. «Le pie intenzioni del governatore - aggiunge D'Alessandro - andranno così a far compagnia a quelle, altrettanto pie, del presidente Pagano, a sua volta promotore e sostenitore, ma solo sulla stampa, della proposta di riduzione delle indennità consiliari, che giace ormai sotto la polvere nei cassetti dell'ufficio di presidenza».
Proprio così: il taglio delle indennità dei consiglieri regionali era stato annunciato da Pagano nel giorno dell'insediamento del consiglio ormai quasi due anni fa, poi rilanciato nei giorni immediatamente successivi al terremoto. Ma non sarebbero bastate un paio di forbici proprio no: occorreva una commissione tecnica per studiare il piano di riduzione decise il presidente, sarebbe servita a mettere a confronto indennità e indennità regione con regione, insomma il consiglio decise di prendere tempo che intanto il tempo passa e chi ci pensa più. Così è stato: il progetto è stato consegnato dalla commissione a Pagano subito dopo le ferie di agosto, e sono passati altri otto mesi. Inutilmente. Promesse non mantenute, anche queste qua.