Non sono passate neanche 24 ore dalla firma di Napolitano, che già i legali di Silvio Berlusconi hanno presentato, nella cancelleria della prima sezione penale del Tribunale di Milano, davanti alla quale lunedì riprenderà il processo sui presunti fondi neri Mediaset, un'istanza in cui sostengono il legittimo impedimento del premier a partecipare all'udienza. Gli avvocati del presidente del Consiglio, Piero Longo e Nicolò Ghedini, scrivono che Berlusconi sarà impegnato per tre giorni, compreso lunedì, a un vertice sulla sicurezza nucleare che si svolgerà a Washington, durante il quale incontrerà diversi capi di Stato, tra cui Lula. Ora sarà il collegio a decidere se l'impegno del premier negli Usa si configuri come legittimo impedimento. Così come ai giudici spetterà stabilire se si può applicare o meno le legge sul legittimo impedimento, sempre che venga pubblicata nel frattempo sulla Gazzetta Ufficiale.
I legali non hanno anticipato se il premier se ne avvarrebbe o meno nei due processi milanesi che lo vedono imputato. "Non possiamo anticiparlo - ha spiegato Longo - Sarà una valutazione che faremo caso per caso". Intanto però analoga richiesta sarà presentata dalla difesa anche per il 16 aprile, giorno dell'udienza per la vicenda Mills. La motivazione adottata sarà la partecipazione di Berlusconi al Consiglio dei Ministri. Divertito il commento di Antonio Di Pietro: "Questa è la legge del marchese del Grillo, che traccia un solco tra gli italiani e una cricca di impunibili senza valide ragioni, ma soltanto per lo strano principio per cui 'loro son loro e voi non siete nulla'".
Mentre il premier diserta le aule di giustizia, giustificato per (il)legittimo impedimento, l'ufficio dei giudici delle indagini e delle udienze preliminari del Tribunale di Milano ha ricevuto dalla Procura della Repubblica 45mila pagine di atti e la richiesta di rinvio a giudizio per 'appropriazione indebita' e 'frode fiscale' a carico del presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi è accusato (nella compravendita dei diritti tv Mediaset) di aver concorso - negli anni di Palazzo Chigi 2002-2005 - a svuotare di 34 milioni di euro la sua società quotata in Borsa e a frodare il fisco per 8 milioni di euro.