Prelevati insieme ad altre sei persone. Nell'ospedale sarebbero stati trovati sette giubbetti esplosivi
ROMA. Un medico, un infermiere e un magazziniere italiani che lavoravano nell'ospedale di Emergency a Lashkar Gah, in Afghanistan, sono stati arrestati ieri pomeriggio insieme ad altre sei persone dalle forze di sicurezza afghane forse in collaborazione con uomini dell'Isaf.
I tre arrestati sarebbero sospettati con gli altri di preparare un attentato kamikaze contro il governatore della provincia, Gulub Mangal. Durante la perquisizione dell'ospedale sarebbero stati trovati sette giubbetti esplosivi, granate e altre armi.
«Accusa assolutamente ridicola e infondata», è il commento di Maso Notarianni, portavoce dell'organizzazione umanitaria fondata da Gino Strada.
I fermati sono Matteo Dell'Aira, infermiere dell'ospedale di Emergency, trevigiano, il medico bresciano Marco Garatti, e Matteo Pagani. L'accusa per tutti è di essere «combattenti rivoltosi stranieri». «Di armi ed esplosivi nell'ospedale di Lashkar Gah non sappiamo niente - dice ancora Notarianni - chi entra e chi esce dall'ospedale è perquisito. E' improbabile che sia entrato qualcosa di illecito».
Il fermo dei tre italiani è stato confermato dalla Farnesina, il nostro ministero degli Esteri. «Il ministro Frattini - si legge in una nota - sta seguendo gli sviluppi in stretto raccordo con l'ambasciata di Kabul e le autorità locali.
In attesa di poter conoscere la dinamica dell'episodio e le motivazioni dei fermi, il governo italiano ribadisce la linea di assoluto rigore contro qualsiasi attività di sostegno diretto o indiretto al terrorismo, sia in Afghanistan così come altrove».
Parole improntate alla cautela, cautela che diventa qualcosa di più quando dalla Farnesina si fa notare che «i medici italiani in stato di fermo lavorano in una struttura umanitaria non riconducibile né direttamente né indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana». Una presa di distanza netta, che nell'opposizione fa infuriare Diliberto e Ferrero che chiedono un impegno immediato del ministro per il rilascio dei medici, cosa che fa anche la stessa Emergency.
A portare i servizi segreti afghani nell'ospedale di Emergency sarebbe stata una soffiata. «I nove fermati - ha detto il portavoce dell'amministrazione provinciale, Daud Ahmadi - avevano contatti con i capi locali dei talebani». Capi che avrebbero pagato i medici e gli altri fermati perché il progetto di un attentato andasse a buon fine. «Il gruppo - dice ancora Ahmadi - aveva riscosso 500mila dollari».
La soffiata ha portato a una perquisizione del magazzino e il magazziniere, messo alle strette, avrebbe fatto i nomi degli altri fra cui i tre italiani.
Ma potrebbe anche trattarsi di una vendetta. «Emergency, soprattutto dopo il sequestro di Daniele Mastrogiacomo - dice il generale Fabio Mini, ex comandande della forza multinazionale Nato in Kosovo - è diventata un'organizzazione scomoda e sgradita a molti.
Anche in ambito Isaf aleggia il sospetto che l'associazione dia manforte ai talebani e da tempo è calata la mannaia del sospetto». Il generale aggiunge anche che «i servizi segreti afghani probabilmente vogliono dare un giro di vite contro l'azione sgradita di chi cura i feriti senza chiedere la carta d'identità e senza schierarsi. Si tratta comunque di un'intimidazione».