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Pescara, 22/04/2026
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Data: 13/04/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Frana sul treno dei pendolari, 9 morti in Val Venosta. Difficili i soccorsi, il primo vagone in bilico sull'Adige frenato dagli alberi: 28 i feriti

MERANO - Quanti altri morti avrebbe pianto la Val Venosta se il Buon Dio non avesse fatto crescere quei due larici benedetti tra la linea ferroviaria e le acque gelide dell'Adige, che scorrono più in basso, dentro una gola naturale di aspra bellezza, trasformata in una tragica trappola? Ciò che rimane del primo vagone del regionale R108, una bara di lamiere e di fango, è in bilico sul vuoto. Gli alti fusti hanno fatto il miracolo, impedendo il salto che avrebbe significato un bilancio ancor più grave di un disastro ferroviario senza precedenti in Alto Adige. Perché non avrebbero avuto scampo i passeggeri della prima carrozza dipinta di giallo, di rosso e di verde, che si sarebbe trascinata dietro anche la seconda, rimasta sui binari, in apparenza integra. Il bilancio è di nove morti e ventotto feriti, solo alcuni dei quali gravi, ma non in pericolo di vita.
La montagna è spaccata, tra Laces e Castelbello. Presenta una limacciosa lingua marrone alta quasi venti metri e larga una quindicina, equivalente a 400 metri cubi di terra che si sono abbattuti con la violenza di un gigantesco pugno sul treno che stava tranquillamente transitando, in una zona molto suggestiva, ma capace di nascondere insidie micidiali. Il colpo d'occhio, dalla statale dello Stelvio, è impressionante. D'estate lo chiamano il trenino dei turisti che raggiungono le alte cime. Durante l'anno è solo il treno dei pendolari. E' spezzato, sepolto sotto il fango, mentre gli efficientissimi volontari altoatesini, sul far del mezzogiorno, stanno tirando fuori i primi morti. Se la montagna fosse franata su un analogo convoglio due ore prima, alle 7 del mattino, i passeggeri sarebbero stati almeno venti volte più numerosi. Se lo smottamento fosse avvenuto due minuti prima, un'intera scolaresca sarebbe stata spazzata via.
Come un Vajont in miniatura, come una piccola Tesero, la montagna ha causato nuovi lutti. Ma anche questa volta c'è lo zampino dell'uomo. Perché la frana è stata causata probabilmente dalla rottura di una tubatura per l'irrigazione di un grande frutteto sospeso sulla valle. L'acqua sarebbe filtrata nel terreno durante gli ultimi giorni, creando le premesse per un cedimento di non grandi dimensioni, ma dagli effetti devastanti. In serata è arrivata la conferma che la Procura della Repubblica di Bolzano ha emesso otto avvisi di garanzia per omicidio colposo plurimo, procurata frana e disastro ferroviario. Reati gravi sulla cui esistenza dovrà esprimere una valutazione tecnica il geologo padovano Rinaldo Genevois, che in passato si è occupato anche del disastro del Cermis e che ha studiato a fondo la situazione idrogeologica di Cortina d'Ampezzo.
In qualche modo è un atto dovuto, visto che il procuratore Guido Rispoli assegnerà l'incarico al perito. Ma è anche la dimostrazione che di fronte a ciò che è accaduto - il lutto di un'intera regione ha detto il presidente Luis Durnwalder - la magistratura è intenzionata a verificare se vi siano responsabilità. Nel registro degli indagati sono stati scritti otto nomi: i due proprietari dei fondi che stanno sopra la linea ferroviaria e sei responsabili dell'irrigazione, che vedrebbe coinvolto anche un consorzio. Il perito dovrà spiegare se davvero, come accertato dai primi tecnici intervenuti, si era rotta una tubatura all'interno di un pozzetto che sta sul punto di frana. Da quanto tempo si fosse verificata l'anomalia e chi avrebbe dovuto porvi rimedio. I proprietari dei fondi avrebbero detto che la perdita era recentissima. Ma difficilmente un effetto così dirompente è stato causato in poche ore.
Il direttore della linea ferroviaria, Helmuth Moroder, ha indicato già due ore dopo il disastro la possibile causa. «Si è rotto l'impianto di irrigazione che ha infradiciato pesantemente il terreno, rendendolo instabile fino a farlo franare. L'impatto è avvenuto alle 9.03, è stata una questione di pochi minuti». Per i passeggeri non c'è stato scampo. «I morti sono arrivati nel campo di Laces che la Protezione Civile ha installato - spiega Giorgio Pasetto, che ha prestato i primi soccorsi - bastava vedere le condizioni dei corpi per capire cosa è successo. La bocca era piena di fango... non sono un medico, ma la causa più probabile dei decessi è il soffocamento». I feriti presentavano invece i segni classici di uno scontro, lacerazioni, fratture, traumi facciali e toracici. Soltanto alcuni di loro sono gravi, ma non rischiano la vita.
In una terra a forte tradizione di volontariato, vigili del fuoco e Protezione Civile si sono messi in moto in brevissimo tempo. Si temeva un bilancio ancor peggiore e si sono rincorse per buona parte della giornata notizie infondate di persone disperse. Prima di scavare con le mani per tirare fuori i morti e i feriti, i pompieri hanno dovuto ancorare il vagone del treno in bilico e rimuovere massi pericolanti. Poi hanno cominciato il loro pietoso lavoro. Mentre la notizia si diffondeva per l'intera vallata. E le famiglie dell'Alto Adige già cominciavano a piangere i loro morti.

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