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Pescara, 22/04/2026
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14/04/2010
Il Messaggero
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Il sacerdote: «È stata solo una debolezza». Il religioso indiano, che resta in carcere, ha scelto di rispondere alle domande del Gip. Monsignor Seccia: «Umiliazione e vergogna» |
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TERAMO - Non si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il prete pedofilo indiano arrestato lunedì per violenza sessuale su una bambina di appena 10 anni, nei confronti del quale era scattato un decreto internazionale di latitanza, ieri durante l'interrogatorio di garanzia davanti al Gip ha parlato. Ha risposto alle domande in un italiano stentato, alla presenza di un interprete di lingua inglese. Eppure pareva che non capisse. Per quei cattivi pensieri che ha avuto quando entrò a casa della bambina per portarle il regalo si è pentito. E all'epoca dei fatti chiese anche scusa ai genitori della piccola con i quali ebbe un incontro insieme al suo diretto superiore, lo stesso che lunedì mattina lo ha accompagnato in Procura quando sono scattate le manette: don Davide Pagnottella, vicario del vescovo. Ma le scuse non sono bastate a due genitori distrutti dal dolore di fronte alla notizia di una violenza sulla propria figlia da parte della persona di cui più si fidavano: il proprio parroco venuto dall'India per qualche tempo. Finito l'interrogatorio di garanzia, il prete ha voluto fare altri «chiarimenti ed un'integrazione». Stavolta solo in presenza del Pm Bruno Auriemma e del proprio legale difensore, l'avvocato Giovanni Gebbia, in assenza del Gip: un interrogatorio davanti al pubblico ministero. Il difensore del prete parla della difficoltà della lingua che avrebbe determinato incomprensioni. Eppure l'interprete c'era e il sacerdote avrebbe potuto dire tutto ciò che voleva in inglese. Davanti al Pm sarebbero state fatte alcune importati ammissioni. Il prete, pentito di quel gesto, avrebbe ceduto ad una tentazione umana. Una debolezza che solo per un attimo lo avrebbe sopraffatto. Tant'è che i fatti raccontati dalla bambina non coinciderebbero in pieno con la versione data dal sacerdote indiano che al momento resta in carcere. A quanto pare tra il prete e il vescovo, monsignor Michele Seccia, c'è stata anche una corrispondenza via Internet. Quest'ultimo, a conoscenza dell'inchiesta della Procura teramana e dopo aver allontanato il sacerdote indiano dalla parrocchia dove si trovava, ha tentato di farlo rientrare in Italia inviandogli e-mail nelle quali gli chiedeva di tornare nel nostro Paese con il riferimento alla «triste vicenda». A conferma della collaborazione che, in questa occasione, c'è stata da parte della Curia per far sì che il prete pedofilo non rimanesse impunito. Stando al racconto della bambina di appena 10 anni, che vive in una frazione di Teramo, il prete, un 40enne indiano, a dicembre entrò in casa quando non c'erano i genitori, ma solo lei e sua sorella. Con la scusa di darle il regalo di Natale riuscì a rimanere solo con la bimba. Improvvisamente le afferrò la mano, portandosela sui genitali, mentre iniziava ad eccitarsi. Ma la bambina intuì subito che ciò che le stava accadendo era qualcosa di immorale. Ed iniziò ad urlare tanto che il prete scappò in bagno per poi andar via da quella casa. Il racconto alla mamma venne fatto immediatamente. Così come immediatamente il diretto superiore del prete indiano informò la Curia, parlò con il sacerdote e lo portò dai genitori della bambina per chiedere scusa. Ma ovviamente venne allontanato dalla parrocchia e dalla Provincia e mandato a Roma, al Convitto internazionale di San Tommaso, dal quale, poi, partì per tornare in India da sua madre malata. L'altro giorno il rientro in Italia e l'arresto per violenza sessuale su una minorenne.
Monsignor Seccia: «Umiliazione e vergogna» Il vescovo, scuro in volto: a nessuno è mai passato per la testa l'idea di insabbiare il caso.
TERAMO - La reazione dei fedeli teramani alla notizia dell'arresto del missionario di origine indiana accusato di molestie sessuali nei confronti di una minorenne è stata di sconcerto e sgomento. Ma non sono mancate condotte di particolare cautela, improntate perlopiù ad un certo garantismo per i conseguenti giudizi che la magistratura dovrà emettere nei vari gradi. E' comunque palpabile, in città, un sentimento di fratitudine per il corso che il vescovo Michele Seccia ha voluto imprimere all'accaduto, consegnando di fatto e senza tanti tentennamenti il sacerdote alla giustizia ordinaria: «Grazie, grazie monsignore» è stato il commento di diversi teramani riportato da un'emittente televisiva. C'è chi invece ha voluto far emergere l'aspetto umano e pertanto "debole" del prete, sebbene poi la severa indignazione palesata dal vescovo abbia ricondotto il percorso del perdono su binari più "terreni": «Il perdono -rammenta monsignor Seccia- è un percorso personale, c'è chi riesce a formularlo e chi no, ciascuno di noi ha una sua coscienza», anche se alla fine fa intravedere la speranza, seppur flebile, che nonostante tutto venga esternato il sentimento per eccellenza: il perdono, appunto. «Siamo fragili, ma questa non è una giustificazione» e ripete gli insegnamenti che Papa Ratzinger dettò al clero: «Siate come angeli». Comunque, a caldo, il vescovo condanna con rara forza l'atto, e lo fa con le parole del Vangelo di Matteo che pesano come macigni: «Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare». Mai prima d'ora si era visto monsignor Seccia usare toni così fermi: il fatto l'ha toccato in prima persona e anche molto. Ribadisce più volte a Teleponte «la sua umiliazione e vergogna». Due stati d'animo che gli dipingono in volto una maschera cupa di profondo sdegno. Portando la sua solidarietà, e quella di tutta una comunità, alla famiglia, ribadisce come non gli sia passata mai per la testa l'idea «di insabbiare il caso». Al sacerdote, che da due anni collaborava con la Diocesi Teramo-Atri e al quale sono stati tolti gli esercizi ministeriali, di volta in volta veniva affidato un incarico nelle diverse parrocchie. Negli ultimi tempi, dopo il fattaccio del 19 dicembre, era tornato in India per assistere la madre gravemente ammalata di leucemia: al suo ritorno, il vicario don Davide Pagnottella lo ha accompagnato dalle forze dell'ordine. «Non era mai stato allontanato» precisa il vescovo, anche se ammette che «sono state fatte tante insistenze perché rientrasse al più presto dall'India. Una pecorella smarrita condotta nell'ovile della giustizia». Il direttore del Settimanale diocesano "L'araldo Abruzzese", Gino Mecca, parla di «vicenda che non può offuscare il lavoro quotidiano, di devozione e generosità, di tanti sacerdoti».
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