Schifani evoca il ritorno al voto I coordinatori del Pdl: amarezza per l'atteggiamento di Gianfranco
ROMA. «Il tuo partito è il Pdl, non la Lega». Stanco di dover sopportare il crescente peso di Umberto Bossi nella coalizione e non più disposto ad accettare che sia la Lega a dettare l'agenda del governo, Gianfranco Fini, presidente della Camera e co-fondatore del Pdl, lancia un ultimatum a Silvio Berlusconi e minaccia la creazione di gruppi autonomi in Parlamento.
L'ultimo avviso al Cavaliere parte al termine di un colloquio molto teso che avviene durante un pranzo di lavoro a Montecitorio che va avanti per due ore tra incomprensioni e reciproci irrigidimenti. La tensione tra il premier e la terza carica dello Stato, che «non accetta di essere l'ultimo a vedere la bozza di riforme», sale a livelli mai raggiunti prima. Il Cavaliere capisce che il suo interlocutore è determinato ad andare fino in fondo e all'ipotesi di creare gruppi autonomi risponde che in questo caso Fini «dovrebbe rinunciare al ruolo di presidente della Camera che ora ricopre anche in virtù del fatto di essere espressione del partito di maggioranza relativa». Ma la terza carica dello Stato, questa volta, non sembra disposta a fare passi indietro e, al termine della «tumultuosa» colazione di lavoro con il Cavaliere, riunisce a Montecitorio i deputati della sua area per valutare con loro l'ipotesi di creare un gruppo autonomo dal Popolo della Libertà. Nello studio di Fini si radunano Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Giulia Bongiorno, Flavia Perina, Adolfo Urso, Roberto Menia, Antonio Bonfiglio e Amedeo Labocceta. Il vertice si conclude con una durissima nota che serve a Gianfranco Fini per dettare le sue condizioni al Cavaliere. La premessa è soft: «Berlusconi deve governare fino al termine della legislatura perché così hanno voluto gli italiani». Poi, cominciano i distinguo. La Lega pensa solo alla Padania? «Il Pdl» scrive Fini «abbia piena coscienza di essere un grande partito nazionale, attento alla coesione sociale dell'intero Paese, capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie». E ancora. Bossi e Berlusconi sono disposti a procedere sul terreno delle riforme a colpi di maggioranza? Fini scrive che il Pdl deve essere «motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise» e conclude lasciando al Cavaliere la responsabilità della rottura: «Berlusconi ha il diritto di esaminare la situazione e io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni».
Ma davvero i finiani sono disposti a creare un gruppo autonomo in Parlamento che gli dia la possibilità di scegliere come votare? «I gruppi autonomi possono esserci nel caso dovessero arrivare risposte negative ai problemi che sono stati posti» risponde Italo Bocchino, che dice di escludere «categoricamente» una crisi di governo. Quel che è certo è che lo scontro tra il premier e il presidente della Camera potrebbe avere esiti imprevedibili. E la conferma arriva dal presidente del Senato, Renato Schifani: «Quando una maggioranza si divide, non resta che ridare la parola agli elettori e ripresentarsi a questi con nuovi progetti ed eventualmente con nuove alleanze, ove necessarie».
In serata il Pdl emette la scomunica per Fini. «Gli italiani hanno riconfermato la fiducia al governo e premiato il progetto del Pdl». Per questo, in una nota, i coordinatori del Pdl Denis Verdini, Sandro Bondi ed Ignazio La Russa parlano di «profonda amarezza per l'atteggiamento dell'on. Gianfranco Fini, che appare sempre più incomprensibile rispetto a un progetto politico comune per il quale abbiamo lavorato concordemente in questi ultimi anni, un progetto di importanza storica che gode di un consenso maggioritario nel popolo italiano».