ROMA - Aveva la faccia scura, carica di tensione, Silvio Berlusconi, quando ha terminato il pranzo a base di pesce, durato due ore con Gianfranco Fini, che ha segnato uno strappo violento, destinato a riflessi pesanti sulla maggioranza e sul governo. E se n'è andato a passeggio per il centro, fermandosi in via del Corso, ad ammirare spille e bracciali con pietre in un piccolo negozio di Rashid, il bengalese. Ma non ha comprato nulla, nemmeno le pietre sono riuscite a distrarlo dalla tempesta politica e dal clima di resa dei conti che si profila.
Il ruolo di comando assunto dalla Lega, che adesso vuole le banche dopo aver fatto eleggere i governatori del Nord, non è andato giù al presidente della Camera. La formula delle percentuali di 70 e 30 per assegnate a forzisti ed ex di An non valgono più secondo Fini. Che ha attaccato: «La Russa e Gasparri rispondono a te, non più a me!». Con un discorso di rottura. La Lega non può dettare l'agenda del centrodestra, così si indebolisce il Pdl: sono pronto a gruppi autonomi in Parlamento. A questo punto il gelo di Berlusconi. Rifletti bene, se lo farai l'inevitabile conseguenza dovrebbe essere quella di dover lasciare la presidenza della Camera. Berlusconi avrebbe chiesto 48 ore di riflessione, Fini avrebbe preso il tempo di una settimana per comunicare la propria decisione. Poi sono piovute le smentite. Che sembrano frenare una situazione sul precipizio. «Nessun ultimatum di Fini a Berlusconi» hanno comunicato fonti della maggioranza. Mentre Fini ha rilasciato un comunicato: ora il premier «ha il diritto di esaminare la situazione ed io avverto il dovere di attendere serenamente le sue valutazioni». E ha spiegato che il «Pdl va rafforzato, non certo indebolito». Marcando che il partito deve avere «piena coscienza» di essere un grande partito «attento alla coesione nazionale», «capace di dare risposte convincenti ai bisogni economici del mondo del lavoro e delle famiglie, garante della legalità e dei diritti civili, motore di riforme istituzionali equilibrate e quanto più possibile condivise». Insomma, altre frecciate contro la Lega. Ma altre fonti della maggioranza hanno avvertito che «rischia di essere capovolta la situazione, Berlusconi ed il Pdl non devono dare nessuna risposta a nessun quesito e a nessun problema». Da Fini attendono una risposta «la prossima settimana».
Le riunioni si sono moltiplicate in una manciata di ore. Fini ha convocato i fedelissimi. «Tu ci stai?», è stata la domanda rivolta a una pattuglia di deputati e senatori (50 alla Camera, 18 al Senato), ai quali sarebbe stato spiegato che i gruppi potrebbero chiamarsi «Pdl-Italia». Ma si è fatta strada l'ipotesi, al di là delle dichiarazioni alle tv circa la fedeltà al Pdl e al governo che deve durare l'intera legislatura, di un appoggio esterno, nel caso in cui la situazione andasse allo sfascio. Luca Barbareschi, attore e deputato, riassume così l'incontro: «Gianfranco quando mi ha visto, mi ha detto: "Sei pronto?"». Italo Bocchino, vice-capogruppo alla Camera, dice che i parlamentari finiani «sono molti di più di quanto crediate, sono molti di più di quelli che servono a tenere la maggioranza». Non pensa che Berlusconi possa espellerli. «Se ci caccia, come fa? Siamo comproprietari del Pdl e proprietari dei diritti su An». Altri deputati stanno facendo un conteggio particolare: mettono nero su bianco i nomi dei parlamentari «finiani» e «berlusconiani». Ma contano anche se facendo dimettere ministri e sottosegretari dal ruolo di parlamentari, il primo dei non eletti è berlusconiano.
Malgrado al pranzo l'atmosfera formale fosse distesa (c'è stato un brindisi per i 75 anni di Gianni Letta) le scintille hanno cominciato ad alzarsi presto. Fini ha detto di non aver gradito la strategia sulle riforme, la cui bozza è stata discussa prima con la «trota» Renzo Bossi che chi ha co-fondato il Pdl. Poi c'è un partito «che non decide, non si struttura, io non mi sento rappresentato». Umberto Bossi si è spinto a un passo dall'ingresso al pranzo per dire «con Fini al momento non ci sono problemi», ma ha rinnovato la richiesta della Lega di prendersi una "fetta" delle banche.