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Data: 17/04/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Fini prepara la conta ma lascia spiragli. Prima condizione per restare: riprendersi il ruolo di co-fondatore del Pdl

RESA DEI CONTI Martedì convoca i suoi. Anche fra i fedelissimi non tutti convinti a costituire gruppi autonomi

ROMA. Se ci sarà, l'eventuale rottura non sarà certo al buio. Gianfranco Fini sta studiando attentamente le sue mosse soppesando le minacce di Berlusconi (via dalla presidenza della Camera, fuori dal partito), ma anche le concessioni: congresso entro l'anno, gestione più collegiale del partito. Nel frattempo verifica su chi potrebbe contare in caso di rottura, chi lo seguirà comunque, chi lo abbandonerebbe per Silvio. Gli ultimi segnali lasciano inaspettamente un margine alla ricomposizione. «Le parole di Berlusconi sono il frutto del lavoro di tutti nell'ufficio di presidenza», ha specificato ieri sera Italo Bocchino, il più fedele fra i finiani. «L'auspicio - aggiunge - è quello di superare i contrasti e dunque la riunione è stata costruttiva».
Se la conta dentro An dovesse esserci sarà comunque alla luce del sole. Martedì, alla riunione convocata da Fini, ci saranno i parlamentari che provengono da Alleanza nazionale. Il «capo» li ha convocati uno per uno, compresi quelli che, di fatto, sono già approdati ai lidi di Arcore. Il «discorsetto» servirà prima di tutto a rivendicare «un futuro per la destra italiana» perché, come ha scritto ieri il Secolo d'Italia, i prossimi tre anni «possono segnare la fine della sua storia, sostituita da un generico sloganismo».
Fini proverà insomma a scuotere i suoi con un moto d'orgoglio oltre a rivendicare quel posto nella plancia di comando del Pdl «usurpato» da Bossi. Dal congresso fondativo di un anno fa, sarebbe la prima volta che tutti gli ex di An si ritrovano e non certo in versione nostalgica. La strategia di Fini prevede anche la discussione di un documento da far votare e portare alla direzione del partito convocata da Berlusconi per giovedì prossimo. «E' una prima risposta positiva ai problemi che ho posto ieri - ha commentato il presidente della Camera - mi auguro che si discuta anche del merito delle questioni sul tappeto, a cominciare dal rapporto tra il Pdl e la Lega».
A quel punto bisognerà vedere che cosa Fini sarà riuscito ad ottenere e soprattutto di cosa si accontenterà. Di certo, per restare Fini vuole riprendersi il ruolo di cofondatore e tornare a incidere nella politica del partito. «Se ci rispondono sull'organigramma e sulle questioni politiche come i rapporti con la Lega, non ci saranno rotture», assicura Fabio Granata. Dagli ultimi calcoli, a condividere la linea del presidente della Camera ci sarebbero 45-50 deputati. I senatori invece si sono convocati per oggi a pranzo, sarebbero una ventina, anche loro pronti a valutare l'opzione di sganciamento. I numeri sono sufficienti per mandare avanti l'ipotesi dei gruppi autonomi, anche se, spiega ancora Granata, «non c'è una volontà precostituita di rompere. Stavolta però si fa sul serio e non si torna indietro».
Il gruppo tuttavia non appare compatto. Dopo il pranzo della rottura, infatti, la minaccia dei gruppi autonomi non era condivisa unanimemente: «Aspettiamo la risposta di Berlusconi poi vediamo, in ogni caso Bocchino non è il portavoce dei finiani», hanno specificato alcuni storcendo la bocca alle troppe fughe in avanti. La pattuglia dei ribelli insomma risponde solo al capo e non tutti tifano per abbandonare i gruppi del Pdl. Senza contare che in tanti temono una probabile rappresaglia di Berlusconi, poiché «ha già comprato molti dei nostri, specie quelli entrati nel gruppo dirigente del partito». Già passati oltre, Gasparri e Matteoli, La Russa in mezzo al guado, i colonnelli non ci sono più, hanno lasciato Fini dopo le sue posizioni sui temi dell'etica e dell'immigrazione.

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