PESCARA - Sbiancò, quella sera. E poco ci mancò che si girasse e via, tanti saluti a Berlusconi. Era livido in volto Andrea Pastore ma con lui anche tanti altri quando il premier gli fece quell'affronto: perché i pescaresi di destra e di governo a Carlo Toto non l'hanno mai potuto soffrire. Gli aerei non c'entrano, né la sana invidia di provincia. C'entra piuttosto la sua amicizia prima con Bersani e D'Alema che lui in privato chiama Pierluigi e Massimo e poi, apriti cielo, con l'ex sindaco Luciano D'Alfonso che Mister AirOne continua a definire il miglior uomo politico italiano dopo De Gasperi. Figuriamoci quindi vederselo riverire dal palco del Palatricalle dall'uomo che a De Gasperi si è sempre paragonato: Berlusconi, appunto. Che quel giorno, all'apertura del comizio per Gianni Chiodi, lo elogiò così: «Voglio dare atto a un vostro illustre concittadino di aver contribuito col suo spirito di sacrificio alla nascita della nuova Alitalia. E' qui con noi il signor Toto». Il signor Toto, seduto in platea tra il figlio Alfonso e il nipote Daniele che Pastore voleva far depennare dalle liste della Camera a causa del peccato originale dello zio, si alzò e ringraziò. Ma i politici a Mister AirOne, 66 anni quattro figli e due fratelli (Ignazio e Antonio), gli scivolano addosso. Li maneggia con cura li chiama tutti per nome ma li prende con le molle. Orgogliosamente si vanta di essere partito da zero e di non aver mai chiesto nulla a Remo Gaspari, chietino come lui, figuriamoci se si metteva paura di Ottaviano Del Turco. Che lo chiamava il "caimano delle autostrade" per la gestione della Roma-L'Aquila Pescara. Carlo Toto nasce a Chieti e diventa cittadino pescarese due anni fa, proprietario di una delle più belle ville del centro cittadino con vista sul parco Florida e piante firmate Paghera. I chietini non gliel'hanno mai perdonata, i pescaresi non l'hanno mai accettato. Il lavoro viene prima di ogni altra cosa: dalla piccola impresa del padre Alfonso che negli anni Cinquanta lavorava con le commesse stradali in subappalto, parte in quarta e arriva a creare un'azienda con oltre 1.500 dipendenti. E' lui a convincere la famiglia che gli appalti pubblici sono il vero business solo quando si partecipa direttamente alle gare, ed è quello che lui comincia a fare negli anni Sessanta asfaltando manti stradali e costruendo ponti e gallerie. La sua è un'ascesa vertiginosa. Non lo ferma neppure Tangentopoli quando patteggia 11 mesi per le mazzette pagate per un mega parcheggio. Poco dopo si butta a capofitto nell'aeronautica, suo vecchio pallino: è il 1998 quando rileva Aliadriatica, piccola società di aerotaxi. Gli danno del pazzo, del temerario. Invece lui da geometra tosto col fiuto degli affari riesce già ad immaginare che i confini dei cieli chiusi ad ogni forma di concorrenza di lì a poco avrebbero ceduto alle liberarizzazioni europee. Applica la legge di mercato, occupa le rotte trascurate da Alitalia, da Pescara vola a Bergamo, Torino e Palermo, poi acquista il suo primo Boeing 737 e comincia a fare servizio charter e quando Aliadriatica diventa AirOne, sfida il monopolio Alitalia sulla rotta più blindata e redditizia del mondo, la Roma-Milano, quinta in Europa per volume di traffico. Ai voli aggiunge l'energia e il business ferroviario con RailOne, quindi tenta la scalata Alitalia. Inciampa di nuovo, due anni fa, in una procura. Quella di Pescara che gli contesta viaggi, cene e vacanze con D'Alfonso in cambio del mega appalto delle aeree di risulta. Lui non fa una piega: si difende dicendo che D'Alfonso è uno di famiglia, che gli ha battezzato i figli e che lui in aereo ci porta chi vuole. Volano spesso insieme, anche a Lourdes: è uomo devoto Toto, e anche un po' scaramantico. La sua fortuna gli piace condividerla, spargerla un po' dove c'è bisogno. Serve per tenere lontani i problemi, quelli veri. Alle inchieste, invece, non fa caso.