ROMA L'armonia a cui si dedicava Pinuccio Tatarella, a cui è intitolata la sala del gruppo a Montecitorio, non ha aiutato a ricucire lo strappo di Gianfranco Fini, che ieri a mezzogiorno ha certificato la nascita della sua corrente di pensiero insieme a 52 fedelissimi, tra deputati, senatori ed europarlamentari. Ma, contemporaneamente, il coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, il presidente dei senatori, Maurizio Gasparri, e il ministro Altero Matteoli hanno fatto firmare un contro documento a 75 parlamentari, ai quali si è aggiunto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Dunque, la conta c'è stata, ma all'interno degli ex An, che si sono spaccati. «Non ho intenzione di togliere il disturbo, nè di stare zitto», spiega il presidente della Camera, sottolineando di trovarsi benissimo nel Pdl, a meno che qualcuno non lo voglia spingere fuori. Ma è sottinteso che resterà con i suoi argomenti e con i suoi metodi, che peseranno in ogni passaggio cruciale della vita del partito. A cominciare da domani, in direzione nazionale.
«Non credo di attentare al governo e al partito se dico che c'è distacco con la nostra gente», avverte già Fini, ponendo al premier la domanda delle domande: «Il dissenso è legittimo o siamo il partito del predellino in cui bisogna dire che le cose vanno sempre bene?». A Berlusconi l'onere di dare una risposta al quesito, anche se ha già fatto sapere che «parlare di correnti non ha senso».
La riunione dei finiani, comunque, è quasi euforica. Intanto, perchè i numeri dei fedelissimi smentiscono quanti assicuravano che «Fini dispone solo di quattro gatti». Ma anche perchè l'ordine del giorno, sottoposto alla firma, non evoca nè la scissione, nè la formazione di gruppi autonomi. Il cofondatore rivendica di «aver posto questioni politiche e mai personalistiche». Fa capire che da ora in poi lui e i suoi porteranno nel Pdl quel «sale nella minestra» che spesso ha evocato, ossia un sano e libero dibattito. E si concede il vezzo di una citazione di Ezra Pound, già utilizzata in passato, come didascalia del suo gesto: «Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui».
Molti, come Storace, ironizzano. Ma da ieri si ha la sensazione che Alleanza nazionale non esista davvero più. Fini l'ha detto chiaro: «Si volta pagina». Eppure, il suo ordine del giorno è scarno, asciutto. Come promesso, dichiara di «voler riportare il confronto su un piano costruttivo, isolando quanti, più o meno consapevolmente, stanno lavorando in queste ore per destabilizzare il rapporto tra i due cofondatori». Gli ex colonnelli certo, i giornali amici del premier anche, ma, fanno notare i suoi, c'è una critica anche a Italo Bocchino e Urso per aver perso le staffe attaccando Maurizio Lupi in tv. E, ironia della sorte, il documento dei 75 pare dica praticamente le stesse cose sull'evoluzione del Pdl. «Credo che in cuor loro la pensino come me, ma ufficialmente non vogliono che si sappia», commenta, caustico, Fini, il quale sa bene che «la fase delle quote nel Pdl, 70 a Forza Italia, 30 ad An, è ormai chiusa». Tutto si rimescola. «Chi ha più filo tesserà», ripete come un mantra, forse per esorcizzare l'amarezza di tante defezioni, anche da parte di coloro «ai quali ho dato tanto». Ma, annuncia: «Adesso inizia una nuova fase, la più difficile. Per il Pdl è il momento della verità. Io voglio rafforzarlo- assicura- e la Lega deve tornare nel ruolo dell'alleato, non può essere il "dominus" del centrodestra».