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Pescara, 22/04/2026
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Data: 23/04/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Bocchino: ora il berlusconismo è finito. I fedelissimi dell'ex leader di An preparano una guerriglia interna

ROMA. La lotta di nervi comincia ora. Gianfranco Fini considera infatti una vittoria quella conseguita ieri e non ha alcuna intenzione di uscire dal Pdl. Per la prima volta ha costretto l'imperatore a riconoscere, anzi a certificare davanti al mondo l'esistenza di una minoranza interna al suo partito. Il Pdl non è più il «popolo» plaudente riunito intorno al predellino, ma assomiglia di più ad un partito normale. Italo Bocchino lo ha sottolineato senza pietà: «Grazie a Fini nel Pdl c'è il pluralismo e il berlusconismo non c'è più». Il Cavaliere ha provato a cacciarlo e non c'è riuscito. E ora dovrà fare i conti ogni giorno con una minoranza dentro casa, piccola, ma insidiosa, forse decisiva.
Berlusconi lo capisce fin troppo bene, e per questo ieri sera lo descrivevano di umor nero come mai. «Vuole logorarmi - continua a ripetere - se ne deve andare». Furioso, ma impotente. Solo nei prossimi giorni si potrà saggiare la reale consistenza e compattezza della pattuglia dei finiani. Ma se i numeri dei parlamentari schierati con il presidente della Camera dovesse essere quella dei firmatari del documento di qualche giorno fa, vale a dire 39 deputati e 14 senatori, sarebbe più che sufficiente per costringere il governo a ballare al suo ritmo. Senza contare che della pattuglia fanno parte molti uomini in posizioni chiave come un ministro, Andrea Ronchi, un sottosegretario, Adolfo Urso, il vice presidente dei deputati del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, il presidente della commissione antimafia, Beppe Pisanu. E Bocchino annuncia l'arrivo di altri due ex di Forza Italia.
Per questo Berlusconi avrebbe preferito di gran lunga una rottura e una scissione. Per questo continua a minacciare la cacciata dei traditori, ma senza armi concrete in mano. Sogna di espellere il nemico, sapendo di poter limitare i danni a colpi di promesse, e poi combatterlo a viso aperto con tutta la potenza di fuoco mediatica di cui dispone. Ma lo sa bene anche Fini che sta giocando forse la partita decisiva della sua carriera. Per questo invita alla calma i suoi, e per questo è deciso ad ottimizzare al massimo la sua guerra di posizione, costringendo caso mai Berlusconi ad assumersi la responsabilità di una rottura.
Fini, più di Berlusconi, conosce le armi della politica di movimento all'interno di un partito. Sa come si possano assestare colpi sottotraccia pur restando all'apparenza irreprensibili. Si può star sicuri che il presidente dell Camera non offrirà mai al Cavaliere il pretesto per colpirlo, ma nello stesso tempo sarà una spina nel fianco. «Non gli faccio questo favore - ha detto a proposito di una sua uscita dal partito - ora le scintille ci saranno in Parlamento». E a Sandro Bondi, che ieri mattina è stato uno dei manganellatori più violenti contro di lui, ha dato ironicamente appuntamento nell'aula di Montecitorio. Una cosa Fini continua a ripeterla: «Io non sono un suo dipendente, non può fare il padrone con me. Sono disposto a pagare il prezzo della mia libertà, ma dovrà essere lui a cacciarmi. Il gioco del cerino? Sarà lui a bruciarsi».

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