ROMA Gianfranco Fini comincia la sua campagna mediatica, che sarà lunga e capillare, da Lucia Annunziata su Rai tre e davanti alle telecamere non smette di sorridere. Un sorriso largo, soddisfatto, dovuto anche alla lettura del messaggio di Berlusconi per il 25 aprile. Che, tutto sommato, viene sulle sue posizioni dialoganti riguardo alle riforme. «Il presidente del Consiglio ha fatto un discorso alto, nobile, pieno di riferimenti congrui. Ha citato i padri fondatori, ha parlato della necessità di tenere unita l'Italia anche attraverso riforme condivise», sottolinea con una punta di malizia, così come aveva afferrato al volo la disponibilità del premier a collaborare con l'opposizione nel percorso riformatore, assicurata durante la direzione nazionale del Pdl. Dopo i toni accesi, sembra dunque arrivato il momento della responsabilità. Un momento positivo che Fini intende cogliere in ogni sfumatura perchè «in questo modo si restituisce al Parlamento la sua centralità».
Un tasto su cui il presidente della Camera insiste volentieri. D'altronde, se il premier fa riferimento alla Costituzione e al compromesso raggiunto all'epoca dai padri cofondatori è ovvio che ogni accordo dovrà essere fatto alla luce del sole, nelle aule parlamentari. E Fini stoppa, una volta per tutte, l'ipotesi di elezioni anticipate. «Il semplice fatto di parlare di voto prima della scadenza naturale è da irresponsabili. E Berlusconi non è un irresponsabile, così come non lo è Bossi. So perfettamente che entrambi sono coscienti che le elezioni in questo momento sarebbero il fallimento dell'attuale maggioranza- avverte- e l'archiviazione per un certo periodo di tempo del federalismo fiscale, ma soprattutto esporrebbero l'Italia ad un rischio enorme. Basta vedere cosa sta accadendo in Grecia, con le speculazioni che si potrebbero scatenare, e lo dico a ragion veduta, con l'assalto che potrebbe esserci nei confronti dell'economia italiana. Non dobbiamo parlare di elezioni, dobbiamo parlare di tre anni di legislatura per fare le riforme, a partire dal federalismo».
Che però, ammonisce «va fatto studiando le compatibilità finanziarie tra Nord e Sud, non a ogni costo, e dovrà garantire la coesione del Paese». Comunque, se ne parlerà presto. Sia con Bossi, che Fini si dice «disposto a incontrare, come sempre». Sia nella commissione sui decreti attuativi, che ha proposto a Berlusconi e che lui ha accettato. Mano tesa, dunque, senza rinunciare al diritto di sostenere le sue opinioni fino in fondo. Sull'economia, sul federalismo e sulla giustizia, «che vogliamo riformare, certo, anche con la separazione delle carriere, ma sia chiaro che per noi i magistrati sono il baluardo della legalità», scandisce. Insomma, sostiene Fini, «io rappresento una destra moderna, che si ispira ai valori del Ppe, non ha la bava alla bocca e dialoga con gli avversari». Il resto lo lascia volentieri ai nostalgici o ai leghisti, che scimmiottano gli estremismi del Msi. E nel giorno dell'ostentata serenità, assicura: «Non farò imboscate, nè un nuovo partito. Non mi interessa se avrò lo zero per cento, o di più, resto leale al governo, ma non sarà acquiescente». E il senso del messaggio che oggi darà ai suoi, che riunirà a Montecitorio, sarà di «non accettare provocazioni e di dimostrare senso di responsabilità».
In tv Fini spiega anche che il tema delle sue dimissioni da presidente della Camera «perchè fa politica» non sta in piedi. «Credo che anche il premier si sia accorto che non accadrà mai che il presidente della Camera si dimetta perché ha opinioni diverse dal partito e dal presidente del Consiglio. Io sono tranquillo, non sono pentito di aver fatto il Pdl, voglio solo migliorarlo», dice. E poco importano i numeri, assicura alla Annunziata, «la nostra voce sarà più alta di quella delle conte. Non penso proprio di essermi suicidato dicendo chiaro come la penso». Certo, osserva, il documento finale della direzione «sembrava fatto apposta per mettere all'angolo gli eretici. Che invece eretici non sono, visto che si vuole solo discutere apertamente».