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Pescara, 20/04/2026
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Data: 30/04/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Berlusconi-Fini, rottura insanabile. Gruppo Pdl, Italo Bocchino si dimette e accusa: «È un'epurazione». Spunta l'ipotesi del governo tecnico

Il premier attacca l'ex leader di An: «Ormai guarda a Casini e Rutelli, non appartiene più al Pdl»

ROMA. «La rottura è insanabile, irreversibile, ormai Fini guarda a Casini e Rutelli, non appartiene più al Pdl e al nostro elettorato». Silvio Berlusconi chiude definitivamente con il presidente della Camera. E costringe il finiano Italo Bocchino a dare le dimissioni da vicecapogruppo a Montecitorio. «Berlusconi ha chiesto la mia testa, non esiste un solo partito democratico dove possa accadere ciò che è accaduto oggi», accusa Bocchino. Poi, ad Anno Zero svela: «Prima di Ballarò Berlusconi mi ha telefonato e mi ha detto: "Non devi andare in tv perché non c'è una minoranza nel Pdl". E ancora: "Se ci vai ti infilzo". Ma io dico che il rovescio della medaglia del partito dell'amore è il partito dell'odio».
Il vice di Cicchitto, alla vigilia della riunione del gruppo Pdl durante la quale i finiani speravano di contarsi come minoranza proprio sulla rielezione del vertice alla Camera, annuncia le sue dimissioni irrevocabili dalla carica. Per qualche ora, con l'annuncio della revoca dell'assemblea dei deputati, il clima di tensione nel Pdl sembra rasserenarsi. Ma è solo un'illusione. Bocchino infatti decide di rivelare i retroscena e le minacce che lo hanno spinto a lasciare.
«C'è stata una direttiva di Berlusconi durante "Ballarò" che chiedeva la mia testa, Berlusconi commette un grave errore che è quello di colpire il dissenso, colpire chi è in vista per educarne cento ma questo non porterà il partito lontano», racconta ai giornalisti. «Berlusconi è ossessionato da me, è da almeno un anno che chiede la mia testa, mi ha pure chiamato per dirmi di non andare in televisione, una cosa che non esiste al mondo. In una telefonata mi ha detto: farai i conti con me», rivela. Per Bocchino il premier ha portato alle estreme conseguenze una frase del Principe: «Dal momento che l'amore e la paura possono difficilmente coesistere se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati».
Che la crisi tra maggioranza di stretta osservanza berlusconiana e minoranza finiana fosse vicina al punto di rottura si è capito mercoledì sera, quando il premier si è sfogato con i senatori del Pdl che aveva convocato a palazzo Grazioli per una cena. Nel mirino proprio «i traditori» Fini e Bocchino. «I segnali venivano da lontano, dalla fine del governo Prodi e dal lancio del Pdl, ma non mi aspettavo questo tradimento: è stata come una coltellata», dice ai senatori. Quanto a Bocchino il premier conferma di averlo chiamato per protestare per «Ballarò». «E' stato anche un po' insolente, io gli ho detto che non si può andare in tv a fare sceneggiate coinvolgendo il partito: tutti nel Pdl devono capire che non si può sputtanare il partito».
Con i suoi fedelissimi Berlusconi ha scherzato, cantato canzoni, raccontato aneddoti. Ma non ha nascosto il suo fastidio per il partito: «A volte mi verrebbe voglia di mollare tutto, non si può passare tutta una giornata a discutere per questioni di partito, io ho un paese da governare». Quanto alla tenuta del governo, Berlusconi sembra non credere alla lealtà di Fini. «La lealtà al governo si misurerà nelle aule parlamentari, quando ci saranno provvedimenti da votare», avverte.

Spunta l'ipotesi del governo tecnico
La tensione è alle stelle e in Parlamento l'esecutivo potrebbe rischiare

ROMA. Chi aveva parlato di tregua si è dovuto rapidamente ricredere. Come un fiume carsico, lo scontro fra Berlusconi e Fini ha continuato a scavare distanze sottotraccia per riaffiorare ieri più violento che mai. Al di là delle professioni di fedeltà di Fini, al di là delle negazioni di facciata del Cavaliere, la tensione nel Pdl cresce ogni giorno che passa. Motivo per cui la domanda che tutti si pongono ora è quanto il governo riuscirà a reggere lo stress.
Nel voto sull'arbitrato alla Camera, in cui la maggioranza è stata battuta, si è capito meglio i rischi che ormai corre il governo in Parlamento. Non c'è nessun bisogno di imboscate, tradimenti o voti contrari. E' sufficiente che, in un voto delicato, in cui ci siano già diverse assenze nel gruppo del Pdl (come spesso accade), i finiani aggiungano le proprie perché la maggioranza vada a sbattere. E senza poter accusare nessuno. La navigazione in Parlamento sarà dunque d'ora in poi sempre ad alto rischio senza un accordo pieno con la componente del presidente della Camera.
Ma è nella vita interna del partito e del gruppo parlamentare che si continueranno a scaricare le tensioni più forti. Con un giro di boa che già si annuncia nevralgico: quel 20 maggio in cui si dovranno rinnovare le presidenze delle commissioni e gli incarichi nei gruppi parlamentari. Se non sarà già successo prima, c'è da giurare che in quel passaggio i finiani saranno pronti a contarsi. Ammonendo la maggioranza fin da ora a non aprire una "caccia all'uomo", a non epurare, dopo Bocchino, anche i tre presidenti di commissione finiani. A cominciare dalla Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia, contro cui Berlusconi si è più volte mostrato insofferente.
Nonostante tutti neghino di volerla, a cominciare da Fini, la possibilità di una crisi resta così saldamente piantata sull'orizzonte. Potrebbe aprirsi per volontà dello stesso Berlusconi, o per un incidente di percorso che fa precipitare le cose. In ogni caso avrebbe però non uno, ma due esiti possibili: il ritorno alle elezioni anticipate o un governo "tecnico". La seconda, un vero e proprio spettro per Berlusconi, è stata evocata dal presidente della fondazione finiana "Fare futuro". In quel caso l'eventuale governo sostenuto da destra a sinistra avrebbe un solo punto di programma: la riforma della legge elettorale. La chiave di volta necessaria per aprire l'attuale quadro politico. Una condizione indispensabile a Fini, per garantire la sua sopravvivenza, ma anche all'Udc e forse perfino alla Lega che probabilmente non direbbe di no ad una legge più proporzionale.

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