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Pescara, 20/04/2026
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Data: 04/05/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Scajola sulla graticola, le opposizioni: «Chiarisca tutto, oppure si dimetta». Dai sospetti di riciclaggio a quattro testimoni, le carte e i racconti che inchiodano il ministro

Il ministro: vado dai giudici, poi in Parlamento. Di Pietro: mozione di sfiducia

ROMA Per tutta la giornata di ieri le voci sulle dimissioni di Claudio Scajola si sono rincorse nei palazzi della politica, mentre il ministro dello Sviluppo economico era in missione in Tunisia e da dove, solo nel pomeriggio, ha contrattaccato minacciando querele e puntando i piedi contro le richieste di un passo indietro o di venire al più presto in Parlamento a dare spiegazioni sulla vicenda dell'acquisto della casa al Colosseo. Richieste che erano andate accumulandosi con in testa l'Idv di Di Pietro che oltre aver richiesto per prima le dimissioni del ministro, ha messo nero su bianco una mozione di sfiducia individuale, incalzando di fatto il Pd a sottoscriverla. Pd che, peraltro, con i due capigruppo Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, è uscito dall'attendismo adottato finora per porre un aut aut a Scajola: si presenti subito alle Camere per «chiarire» la vicenda che lo vede coinvolto, oppure si dimetta. Antonio Di Pietro, da parte sua è andato giù duro e perfino sprezzante: «Il ministro è stato preso con il sorcio in bocca e ora su di lui pesa una responsabilità politica grossa come una casa». Solo un po' più caute gli altri settori dell'opposizione, con Casini che ritiene «doveroso e utile anche a Scajola recarsi alle Camere, perché su vicende come queste c'è la necessità della trasparenza anche nel rapporto con l'opinione pubblica».
Quanto al diretto interessato, che ha deciso di rientrare con una giornata di anticipo in Italia cancellando l'incontro con gli imprenditori tunisini, la sua linea di difesa resta quella dei giorni scorsi ritenendosi «infangato» da una campagna mediatica, e per fare chiarezza annuncia che fornirà le sue spiegazioni in Parlamento subito dopo essere stato ascoltato, il prossimo 14 maggio, dai magistrati di Perugia. «Mi ritengo sottoposto di fatto ad un vero e proprio processo mediatico che - dice Scajola - si basa su dichiarazioni rese da terzi il cui contenuto mi è ignoto ed in una vicenda nella quale l'unico dato realmente certo è che non sono indagato. In questa situazione, nella quale la mia persona è quotidianamente infangata - aggiunge - ho dato mandato al mio legale di intraprendere tutte le iniziative che si renderanno necessarie a mia tutela».
Le opposizioni appaiono assai poco convinte dall'autodifesa del ministro. E se i dipietristi sottolineano «i fatti gravissimi e le responsabilità politiche che stanno emergendo a carico del ministro», il Pd annuncia che «in caso di reiterata indisponibilità di Scajola, adotteremo ogni necessaria iniziativa parlamentare» e chiedono la fissazione del dibattito parlamentare in tempi certi. Sul fronte della maggioranza, il Pdl fa quadrato sia pure con qualche incrinatura tra i finiani e nel sostanziale silenzio della Lega. Comunque, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è netto: «Scajola ha detto a tutti che ha la coscienza a posto e io gli credo senza nessuna riserva. I processi fatti sui mezzi di informazione sono contro lo Stato di diritto e io sono per lo Stato di diritto». Un po' più tiepido il presidente dell'Antimafia, Giuseppe Pisanu: «Non sono aggiornato, comunque la presunzione di innocenza costituzionale vale per tutti, non vedo perché non debba valere per Scajola». E quanto a possibili dimissioni puntualizza: «Sono valutazioni rimesse a lui- aggiunge- che è a conoscenza della verità». Quanto alla posizione di palazzo Chigi e del suo inquilino, la situazione viene definita «interlocutoria» in ambienti del governo, mentre non si esclude che ci possano essere contatti tra Berlusconi e il suo ministro nelle prossime ore. Per il momento, si ragiona nel Pdl, il premier non può che confermare la sua posizione garantista. Fermi restando sviluppi della vicenda che dovessero portare ad altre considerazioni. Un indicatore del tormento che attraversa il Pdl sulla vicenda è il sito internet del partito dove fan ed elettori riversano dubbi e timori su Scajola invitandolo, in sostanza, a lasciare il dicastero di via Veneto.

Dai sospetti di riciclaggio a quattro testimoni, le carte e i racconti che inchiodano il ministro

ROMA - Testimoni e documenti. A mettere nei guai il ministro Claudio Scajola è innanzi tutto una nota della dell'agenzia 582 di Roma della Deutsche Bank. Quella che segnala alla Banca d'Italia una serie di operazioni sospette compiute da Angelo Zampolini. Le indagini partono così, con una relazione di Bakitalia alla Finanza. Ed è una di quelle movimentazioni su conto corrente che porta dritto all'appartamento di 180 metri quadri vista Colosseo. La casa che, per i pm perugini Sergio Sottani e Marzia Tavernesi, il costruttore Diego Anemone avrebbe omaggiato al ministro. Il 14 maggio Scajola si presenterà in procura e cercherà di spiegare cosa è accaduto. Partendo dagli assegni circolari con i quali ha acquistao l'appartamento. Persona informata sui fatti: non può avvalersi della facoltà di non rispondere.
L'agenzia di Largo Argentina segnala in particolare il versamento di 900 mila euro in contanti. E' il 6 luglio 2004. Contestualmente Zampolini, che i pm ritengono "il riciclatore" del denaro di Anemone, chiede l'emissione di ottanta assegni circolari intestati a Barbara Papa e Beatrice Papa: 450 mila euro ciascuno. «Dagli accertamenti della Guardia di Finanza - si legge negli atti - non è emerso alcun rapporto tra lo stesso Zampolini e le beneficiarie degli assegni». Ed è a questo punto che arrivano i testimoni. Le prime due sono le sorelle Papa, che vendono l'immobile. Ma agli atti ci sono anche le dichiarazioni di Fathi Ben Laid Hidri e dello stesso Zampolini.
Chiamate dalla Finanza, il 23 marzo 2010, le sorelle Papa hanno dichiarato di riconoscere gli assegni circolari e la girata effettuata per il versamento in banca. Ma, soprattutto, che quegli assegni furono consegnati nelle loro mani dal ministro Claudio Scajola «all'atto della vendita, nel 2004, di un immobile di cui erano comproprietarie, sito in Roma in via Fagutale 2». Le sorelle Papa, evidentemente contro il proprio interesse, dichiarano anche che l'importo complessivo della vendita fu di un milione e 700 mila euro e che in parte la somma fu pagata cash. Lo rivelano senza avere alcun interesse a farlo, perché quel rogito, registrato il 13 luglio del 2004 presso l'Ufficio delle Entrate di Civitavecchia, riguarda la cessione dell'appartamento dalle sorelle Papa al ministro Scajola per un valore dichiarato di 610 mila euro. Le sorelle ammettono così di avere evaso il fisco.
Il 25 marzo Beatrice Papa fornisce alla Finanza anche copia del contratto e, cinque giorni dopo, tutta la documentazione bancaria relativa al versamento degli assegni circolari ricevuti dal ministro. Precisando che la parte in contanti incassata era solo quella relativa all'acconto, pari a 100 mila euro. La stessa cosa - ha aggiunto - è avvenuta per le somme ricevute da sua sorella Barbara (750 mila euro in assegni circolari e 100 mila euro in contanti). Il rogito, firmato dal notaio Gianluca Napoleone, avviene in un ufficio in via della Mercede, a Roma, nella disponibilità del ministero per l'Attuazione del Programma.
Ma c'è anche un altro testimone. L'ex "tuttofare" di Angelo Balducci e Diego Anemone, che parla di ministri e politici, tirando in ballo anche Pietro Lunardi. Fathi Ben Laid Hidri, nazionalità tunisina, si era messo in tasca 200 mila euro prelevandoli da un istituto bancario, «proprio in forza del legame fiduciario che lo legava ai due e delle deleghe bancarie a lui rilasciate». E' dopo due anni di «latitanza» che ricompare e riprende i rapporti con Anemone e Balducci ai quali pare essersi riavvicinato «chiedendo perdono». Il 25 marzo 2010, ai pm di Firenze, Fathi ha riferito di avere lavorato per Balducci e di essere così entrato in rapporti con Anemone. Riferisce anche «di avere lavorato come dipendente di Balducci ma di essere stato di volta in volta formalmente assunto (e retribuito) da imprese che con Angelo Balducci lavoravano con appalti da lui concessi». L'uomo sostiene di essere stato autorizzato da Anemone a operare su alcuni conti della società del gruppo e fa il nome di Zampolini «in quanto persona che faceva operazioni immobiliari per conto di Balducci e Anemone con intestazione ad altre persone». L'architetto viene indicato come «colui che si occupava della gestione delle operazioni immobiliari per conto di Balducci e di Anemone». E Fathi riferisce in particolare che «in un'occasione, nel 2004, ha consegnato all'architetto 500 mila euro in contanti e che tale consegna è avvenuta non presso lo studio, ma nei pressi, vicino a Largo Argentina. Il tunisino ha prelevato quel denaro poco prima in una banca, in via Monteleone, per cambiarlo in banconote di taglio più grosso e consegnarlo a Zampolini. Che, secondo i pm, lo depositerà nella filiale 285 della Deutsche Bank per poi chiedere gli assegni circolari da "girare a Scajola". L'ultimo testimone a "incastrare" il ministro è proprio Zampolini. Interrogato il 23 aprile dai pm di Perugia, l'architetto ammette: «Prendevo i soldi con le buste, andavo in banca e depositavo, per poi farmi consegnare assegni circolari». Nel luglio del 2004, racconta: sono andato personalmente negli uffici dove venne firmato il rogito tra le sorelle Papa e il ministro Scajola. «Andai personalmente - ha dichiarato - e consegnai gli ottanta assegni circolari». Il cerchio si chiude con il deposito di quegli assegni: la prova documentale. Ma Anemone nega tutto: «Non ho dato denaro a nessuno, tanto meno ad Angelo Zampolini, e non ho contribuito ad acquistare le case di nessuno».

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