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Pescara, 20/04/2026
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Data: 05/05/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Il Ministro che voleva gabbare gli italiani di Vittorio Emiliani

Come si può far credere di aver ignorato il reale valore degli immobili di prestigio a Roma?

Per la seconda volta Claudio Scajola, il ministro del nucleare, uno degli uomini «forti» (pareva) del governo Berlusconi, si è dovuto dimettere. La prima fu per la orrenda «gaffe» sul professor Biagi. Stavolta per una vicenda che investe la moralità stessa dell'uomo: un ministro che dovrebbe rappresentarci tutti, nel modo più trasparente. E invece, Claudio Scajola, per giorni e giorni, ha minimizzato - e con lui Berlusconi e tutti gli altri - la faccenda dell'acquisto di un appartamento in vista del Colosseo, sostenendo di aver sborsato una cifra normale. Possibile che un ministro dello Sviluppo Economico non conosca le quotazioni immobiliari di Roma in una delle zone più care? Difesa d'ufficio: non è nemmeno indagato ed è vittima della gogna mediatica.
Ma se un ministro della Repubblica dichiara di aver pagato un alloggio di quella caratura molto meno del suo valore reale, dovrebbe essere inquisito per aver preso per babbei tutti gli italiani. In secondo luogo, non basta da sola la questione morale, cioè il fatto di aver accettato quell'acquisto così ampiamente «facilitato» da un architetto implicato nell'inchiesta Balducci, Anemone e C.? Scajola confida: «Non potrei mai abitare in una casa comprata coi soldi degli altri». Meno male. Per accorgersene ci voleva la cosiddetta gogna mediatica, in realtà una seria campagna di informazione? Bastava leggere il rapporto del Nucleo di polizia tributaria di Roma datato 1º aprile: «gli assegni furono consegnati loro (ai testimoni, n.d.r.) dal ministro Claudio Scajola all'atto della vendita per un importo complessivo di 1.700.000 in parte pagato in contanti». Anche la Polizia tributaria concorre alla gogna mediatica? Non è finita. Dall'inchiesta in corso salta fuori un altro acquisto, un palazzetto di 42 vani nella centralissima via dei Prefetti, di cui risulta contitolare un ex ministro, stavolta, del governo Berlusconi, il potente Pietro Lunardi. Sempre nell'ambito di quella che ormai viene chiamata «la cricca», cioè Anemone, Balducci, Della Giovampaola e C. Un altro colpo al già appannato prestigio del premier.
Silvio Berlusconi ha alzato, fino all'altro ieri, un muro a difesa del suo ministro. Poi lo ha gradualmente mollato. E tutti si sono alzati ad applaudire Scajola per la sensibilità dimostrata nel dare le dimissioni «per difendersi meglio». Fino a pochi giorni fa le stesse richieste di chiarimenti in aula avanzate dal Pd suonavano troppo aggressive. A questo punto, il governo ne esce piuttosto ammaccato. Gli scossoni infertigli da tutta la vicenda Fini hanno aperto più di una crepa. E' sempre più arduo spacciare per riforma della giustizia il bavaglio alle intercettazioni telefoniche, con pene dure per i giornalisti trasgressori. C'è molto nervosismo nel Pdl. L'appello del finiano Italo Bocchino ad approvare, al più presto e tutti insieme, il disegno di legge anti-corruzione varato dal governo il 1º marzo è stato respinto dai vertici del partito. Sarebbe invece stata la risposta giusta alle ombre proiettate dal caso Scajola, alle «sacche di impunità» protetta lamentate da Fini.

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