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Data: 11/05/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Manovra a giugno, timori sul federalismo. Palazzo Chigi: «Accordo merito di una telefonata di Berlusconi». Di Pietro: «Delirio»

Spesa pubblica e costi dei ministeri sotto osservazione

ROMA. Tagli alla spesa pubblica e risparmi sui costi dei ministeri partendo dal patrimonio immobiliare. A luglio, forse a giugno, Giulio Tremonti potrebbe anticipare per decreto la manovra 2011.
Sono gli effetti italiani del nuovo corso europeo che impone rigida osservanza delle regole di bilancio e anticipo delle manovre correttive. E ora c'è chi dice che il federalismo fiscale, quello che la Lega vuole varato entro la fine dell'anno, in questo contesto potrebbe essere un rischio, soprattutto se, come si teme, nella fase iniziale avesse dei costi più che dei benefici. Sui pericoli del Federalismo interviene anche la Cei: «Il federalismo fiscale è destinato a fallire». E ancora: «Rischia di moltiplicare il centralismo senza aprire la porta alla sussidiarità e ai poteri decentrati sul territorio». «Non servirà manovra», invece, per il ministro Frattini. «L'importante è che l'Italia faccia una politica di rigore», chiede Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria.
Il ministro Tremonti, per ora, glissa. Preferisce parlare del ruolo italiano nella lunga notte di Bruxelles. Quello che elogia anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «Nel momento culminante della crisi solo ora arginata l'Italia ha fatto la sua parte e l'ha fatta nel senso giusto, secondo il ruolo che l'ha sempre caratterizzata: proporre e sollecitare più Europa, più unità, più integrazione, contro ogni ripiegamento su meschini, indifendibili egoismi nazionali».
Da Palazzo Chigi non hanno dubbi l'accordo è frutto di «un impulso fondamentale» dato «dal presidente Berlusconi». La ricostruzione degli eventi è questa: «Poco prima dell'una di notte il presidente Berlusconi ha chiamato al telefono il cancelliere Angela Merkel e successivamente si è materializzata sul tavolo del negoziato una nuova bozza di compromesso, poi tradotta nell'accordo finale. Bozza che ricalcava i concetti e le linee proposti dall'Italia prima del vertice di venerdì scorso».
«Berlusconi oggi, nell'ennesimo delirio di onnipotenza, si è attribuito il merito dell'accordo salva-euro», commenta secco Antonio Di Pietro, Italia dei valori. Per Pier Luigi Bersani, segretario Pd, «l'Europa è stata troppo avara sulle prospettive e sui compiti e questo ci ha messo nei guai» anche per colpa dei governi di «centrodestra». Quanto al decreto sul prestito il Pd deciderà se votarlo solo «dopo aver letto le carte».
A siglare materialmente l'accordo sono stati i ministri dell'Economia e delle finanze dell'Ecofin. «Il ruolo dell'Italia - dice il ministro Giulio Tremonti - è stato importante tanto sul piano tecnico, cioè nella stesura delle carte e nella ricerca delle soluzioni, quanto politico. La partita che abbiamo giocato era quasi per la vita o per la morte. Se fosse fallita avremmo avuto la caduta dell'euro e quindi del dollaro e delle altre monete. Sarebbe stata una catastrofe globale». E ancora: «Ora l'Europa è molto più forte».

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