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Data: 17/05/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Fondi pensione troppo deboli, gestione da rivedere. Italia in coda per dimensione tra i paesi Ocse. Bankitalia: più professionalità e meno conflitti di interesse

ROMA Scarsa professionalità, confusioni organizzative e conflitti d'interesse sono i punti deboli dei fondi pensione italiani, che, nonostante le recenti riforme, stentano a decollare e a conquistare adesioni.
A mettere a punto questa diagnosi non certo confortante sono due economisti della Banca d'Italia (Francesco Bripi e Cristina Giorgiantonio). Il loro studio, eloquentemente intitolato «La governance dei fondi pensione: miglioramenti possibili», si muove su una doppia falsariga: da un lato individua le criticità che paiono affliggere il settore, e dall'altro provvedono ad individuare la "medicina" che, se ben utilizzata, dovrebbe riuscire poi a porvi rimedio.
L'indagine di Bripi e Giorgiantonio avverte anzitutto che «in Italia rimane un tasso di adesione ai fondi inferiore a quello atteso». E che questa situazione risulta «compromettente per le aspettative future di sviluppo del settore». E, infatti, se si guarda fuori dai confini del Paese verso gli altri Stati con economia avanzatai, balza all'occhio come i fondi di analoga natura siano ormai assurti alla dimensione di investitori istituzionali di calibro.
Parlano chiarissimo in questo senso i numeri contenuti nell'ultimo rapporto redatto dall'Ocse, che elabora dati relativi al 2008: gli investimenti totali dei fondi pensione rappresentano il 3,4% del prodotto intero lordo (Pil) italiano, una percentuale che, nonostante sia stata misurata in costante crescita degli ultimi anni, ci vede ancora fanalino di coda tra i Paesi membri dell'Organizzazione parigina. E non si tratta di un problema di poco conto, né di un handicap lieve per il sistema Paese.
Le performance di questi speciali investitori non incidono, infatti, solamente sulla accumulazione del risparmio destinato alla copertura degli anni post lavorativi, obiettivo che corrisponde alla loro "mission" istituzionale, ma hanno poi anche un impatto direttamente misurabile sulla crescita economica.
E si tratta, fanno notare ancora i due studiosi di Via Nazionale, di un impatto che «è tanto più importante quanto più sono ampie le dimensioni» dei fondi in questione. Tuttavia, le loro potenzialità al momento da noi rimangono imbrigliate.
Quali i motivi? Secondo Bripi e Giorgiantonio i principali limiti dei fondi italiani sono al momento tre: il primo è «l'inadeguata composizione dei trade-off», cioè dei pesi relativi, intesi in questo caso ocme alternative tra cui scegliere, tra «professionalità e rappresentanza negli organi di amministrazione e controllo». Il secondo nodo è rappresentato dalla «mancanza di una chiara definizione dei compiti e delle responsabilità attribuite» ai soggetti di cui sopra. E infine, il terzo carico di zavorra si incarna nella «insufficienza di appropriati meccanismi per la gestione dei conflitti d'interesse».
Fin qui, la diagnosi. E di conserva, ne discende la terapia suggerita, che a giudizio dei due analisti autori dello studio accomanda anzitutto l'innalzamento della percentuale di coloro che devono possedere requisiti di professionalità stringenti all'interno dei Consigli di amministrazione dei ofndi stessi, a scapito, evidentem,ente, delle presenze dell'atra sponda, quella della pura rappressentaze; e a corredo si consigliaun sensibile aumento delle iniziative di formazione e aggiornamento.
Seconda mossa raccomandata è una chiara definizione delle attribuzioni del Cda, di quelle del responsabile del fondo e anche di chi è preposto alla funzione di controllo interno, eliminando i "doppioni" e le sovrapposizioni di di responsabilità all'interno della squadra. Infine, secondo Bripi e Giorgiantonio si rende necessaria l'adozione di misure più efficaci di gestione dei conflitti d'interesse, a cominciare dalla astensione dalle deliberazioni del soggetto direttamente interessato.
Insomma, un cambio di rotta nella governance, che innalzandone il livello gestionale contribuisca a portare anche quello dimensionale dei fondi italiani in posizioni più appropriate nel contesto dei paesi più sviluppati.

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