PESCARA. I sindacati di settore di Cgil e Cisl esprimono un giudizio sostanzialmente negativo sulla nuova legge regionale per il commercio approvata di recente e manifestano «riserve e preoccupazione per gli effetti che la nuova legge sul commercio, se non accompagnata da una urgente e seria riforma dell'intero sistema, introdurrà nel contesto sociale ed economico della regione».
«Il nuovo testo, nonostante le modifiche apportate dopo l'audizione delle forze sociali», sostengono le segreterie regionali abruzzesi di Fisascat Cisl e Filcams Cgil, «evidenzia aspetti involutivi rispetto alla precedente (la legge regionale 11 del 2008). Non basta aver confermato il blocco di 24 mesi allo sviluppo di nuovi centri commerciali e il divieto di riconversione delle ex aree industriali e artigianali a scopi commerciali. Non basta, l'obbligo di concertazione tra amministratori locali e parti sociali per l'individuazione dei calendari locali, oppure il divieto di utilizzare il personale per non più del 50 per cento delle domeniche in deroga. L'aumento delle aperture domenicali da 32+ 3 a 40+4, è un innegabile regalo alle grandi catene distributive e ai grandi costruttori».
Fisascat Cisl e Filcams Cgil, proseguono le segreterie regionali dei due sindacati, «si sono battute con determinazione per mantenere intatta la precedente legge, ma la pressione delle forze politiche e amministrative, locali e regionali, riporta indietro le lancette di una riforma al sistema del commercio ed all'insediamento dei grandi complessi distributivi, che aveva visto, nella fase di elaborazione della legge regionale 11 del 2008, la fattiva partecipazione e condivisione di tutte le parti sociali, datoriali e dei lavoratori, per consentire alla Regione Abruzzo di dotarsi di una regolamentazione, moderna equilibrata ed al passo coi tempi».
L'attuale modello di sviluppo commerciale e distributivo, che oggi viene favorito con l'aumento delle aperture in deroga (da 35 domeniche a 40 + 4), secondo i due sindacati, «non crea le condizioni per rivitalizzare le attività all'interno dei centri storici, oggi sempre più delocalizzate all'esterno di essi, creando nuovi poli di falsa attrattività sociale che stravolgono le connotazioni tipiche delle comunità locali e del modello aggregativo abruzzese».
Infine, sempre secondo Cisl e Cgil, «indebolisce l'imprenditoria locale, perché le grandi strutture commerciali e distributive (vedi ultimi modelli di centri commerciali), oltre a non garantire, nella maggior parte dei casi, occupazione stabile e strutturata, non consente alla già debole imprenditoria del commercio tradizionale, di generare sviluppo e ricchezza».