«Mai fatti quei nomi» dice il Cavaliere Vespa: «Li ho fatti io»
ROMA. Le indagini che coinvolgono Claudio Scajola e Denis Verdini nell'ambito dello scandalo G8? «Sono casi personali e isolati che nulla hanno a che vedere con l'attività del governo e del partito».
La giustificazione di Silvio Berlusconi, riportato dall'anticipazione dell'ennesimo libro di Bruno Vespa, ha scatenato ieri nuove fibrillazioni all'interno del Pdl. Le parole del Cavaliere sono sembrate infatti una presa di distanze senza appello: dopo il ministro sembrava venisse scaricato anche Verdini, coordinatore del partito. Il tam tam tra i palazzi della politica è così cresciuto fino a ipotizzare altre dimissioni eccellenti.
Troppo anche per il nuovo «Torquemada style» che investe la maggioranza e così Berlusconi è stato costretto a smentire l'intervista e poi confermare con una nota ufficiale «piena fiducia al coordinatore nazionale Verdini». Vespa, a sua volta, specifica la data del colloquio (il 18 maggio) e che a fare i nomi dei due politici è stato lui nella domanda, ma non Berlusconi nella risposta. Resta la sostanza e se il premier non ha fatto nomi ha poca importanza visto che quelle citate da Vespa sono le più eclatanti delle vicende giudiziarie che coinvolgono il mondo della politica. «Quei nomi non li ho fatti - insiste Berlusconi - ma se ci saranno uno, due, tre casi di comportamenti illegittimi saranno i magistrati ad accertarlo». Sulla visione morale però, «nessuno può darmi lezioni», avverte il Cavaliere. E anzi, «penso di avere portato una nuova visione morale, che non è solo quella di non rubare per sé o per il partito, ci mancherebbe, ma è soprattutto quella di mantenere la parola data agli elettori». E per quanto riguarda le inchieste giudiziarie, «il Pdl non ha mai ricevuto finanziamenti da nessuno e semmai sono stato io a intervenire sulle finanze interne».
La rabbia dei primi giorni dunque è rimasta verso chi (stavolta senza fare nomi) potrebbe rimanere impigliato nella rete delle inchieste. E anche se in questo frangente non c'entra «il covo delle toghe rosse» della Procura di Milano a Berlusconi non è piaciuta per nulla «l'ennesima esibizione di isteria giustizialista, con la pubblicazione di centinaia di nomi di clienti di un'azienda presentati come se fossero tutti dei colpevoli». Dalla lista Anemone alle indagini sull'eolico in Sardegna, si applica il garantismo di sempre e la «massima severità» con chi ha sbagliato: un doppio binario sul quale il leader del centrodestra intende marciare e che potrebbe diventare il filo conduttore del messaggio in tv agli italiani di cui si riparla in maniera insistente.
Tuttavia, si allungano ancora i tempi per la sostituzione di Claudio Scajola al ministero dello Sviluppo economico, segno che l'impasse è tutt'altro che risolta. Mentre i timori che il governo possa essere azzoppato da nuove inchieste non è per nulla scongiurato. Forse non è un caso che la brusca accelerata del disegno di legge sulla riforma delle intercettazioni sia stata accompagnata da una sterzata contro giornali e giornalisti.