Molti si sono montati la testa e pensano di potermi condizionare, approfittando di questo momento di difficoltà». Berlusconi non ci sta a farsi condizionare da Tremonti e da Bossi. Non ci sta a una manovra lacrime e sangue, di «macelleria sociale», come ha detto ieri pubblicamente. Anche perché, ha spiegato, «poi la faccia ce la devo mettere io, mica loro... Sono io che ho promesso certe cose in campagna elettorale...». Il premier è avvelenato con i troppi saputelli del suo governo. Adesso aspetta che Tremonti «si chiarisca le idee», così dicono i più ferventi berlusconiani che difendono la linea più morbida della manovra voluta dal premier. Sia chiaro, quella del Cavaliere non è un'impostazione blanda o lassista, ma certe proposte del ministro dell'Economia non gli sono andate proprio giù.
Non è piaciuta la tassazione troppo alta per i manager pubblici, è saltato sulla sedia quando Tremonti ha proposto di reintrodurre la tracciabilità, vietando il pagamento in contatti per cifre superiori a 3 mila euro. «Ma come, ho fatto la campagna elettorale contro Visco e Padoa-Schioppa, ho accusato la sinistra di volere uno Stato di polizia tributaria e ora noi facciamo la stessa cosa? Con quale faccia mi presento agli italiani, ai nostri elettori». No, non si può fare e siccome una manovra di stampo europeo deve essere, allora si sta cercando una mediazione sulla tracciabilità: non più 3 mila ma 7 mila la soglia oltre la quale non si può pagare in contanti. Anche sui manager pubblici è in corso un braccio di ferro, perché Berlusconi non vuole incattivire i dirigenti dello Stato e delle amministrazioni locali. E poi, come spesso dice, se quegli stipendi se li sono meritati perché colpirli? Per il resto, tagli agli sprechi, chiusure di una finestra delle pensioni e quant'altro, vanno bene. Ma tutto deve passare dal suo tavolo.
È lui che vuole garantire la collegialità, e ha promesso ai ministri che non saranno scavalcati. Tanto che ha chiesto agli stessi ministri di far sapere al sottosegretario Gianni Letta quali sono le loro richieste, i limiti ai tagli, insomma quello che si può fare e non. Intanto gli uffici dei dicasteri stanno comunicando con i tecnici del ministero dell'Economia. Alla fine Berlusconi potrà fare una lettura sinottica tra quello che è stato comunicato a Letta e a Tremonti. In altre parole, non si fida di Tremonti: teme che gli riferisca cose inesatte e che si arrivi ad un corto circuito tra i ministri e Giulio. «Nessuna macelleria sociale». È quello che vuole evitare. L'altro ieri sera l'incontro tra Berlusconi e Tremonti, alla presenza di Letta, è andato male per la seconda volta. E ancora una volta il responsabile dell'economia sembra avere minacciato le dimissioni.
Ma questo ormai non fa più notizia. Ora si lavora a soluzioni condivise, dopo che si è sfiorata la rottura. Si potrebbero addirittura accelerare i tempi e arrivare al varo della manovra in Consiglio dei ministri martedì. Berlusconi ci ha messo la testa e ha fatto capire che a comandare è lui, che Palazzo Chigi non si farà commissariare da Tremonti e da Bossi. Altro che «manovra leghista» come aveva rinfacciato al ministro dell'Economia alcuni giorni fa: una manovra più dura del necessario per mettere da parte soldi per il federalismo fiscale. «Qui c'è troppa gente si è montato la testa, senza nemmeno aver vinto la lotteria, i voti li prendo io e certe cose si sono potute realizzare perché mi sono mosso io, a cominciare dagli accordi con Gheddafi». Ce l'ha con i leghisti, con Maroni che si vanta di avere quasi azzerato gli sbarchi dei clandestini sulle coste italiane. Ma il deus ex machina rimane lui. L'avviso ai naviganti è chiaro.