ROMA Via libera alla manovra, che però deve ancora essere messa a punto anche in dettagli non secondari. È la conclusione, paradossale ma non inedita, del Consiglio dei ministri che ieri sera ha esaminato il decreto per la correzione dei conti. La formula del "salvo intese successive" permette ampi rimaneggiamenti del testo, che del resto era arrivato a Palazzo Chigi pieno di puntini di sospensioni e parti in bianco.
Da questa situazione fluida emergono però alcuni ripensamenti ed una novità che se confermata sarebbe di sicuro impatto: la soppressione delle provincie al di sotto dei 220.000 abitanti, con l'eccezione di quelle che toccano i confini nazionali o si trovano all'interno di Regioni a statuto speciale. In pratica, si tratterebbe di una decina di enti: non moltissimi, ma comunque sufficienti ad avviare un processo, oltre che a suscitare prevedibili proteste. La cancellazione avrebbe effetto a partire dalle successive scadenze elettorali.
La manovra conferma le linee direttrici emerse nei giorni scorsi: riduzione dei costi della politica e della presenza dello Stato, rigido contenimento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, contrasto all'evasione fiscale; su tutti questi punti comunque c'erano ancora questioni aperte quando la riunione del Consiglio dei ministri è iniziata.
Ad esempio la quantificazione del taglio del rimborso elettorale ai partiti: nei giorni scorsi era stato ipotizzato un dimezzamento, alla fine però la decurtazione sarà solo del 20 per cento: si passerà quindi da un euro a 80 centesimi a votante. Al contrario per la soglia sotto la quale è vietato il trasferimento di contanti, l'iniziale limite di 7.000 euro (rispetto agli attuali 12.500) è stato fatto scendere a 5.000. Discussa fino all'ultimo anche l'entità della decurtazione dello stipendio dei dirigenti pubblici. Alla fine dovrebbe uscire un meccanismo con due scaglioni di reddito: 5 per cento oltre 90.000 euro, 10 per cento oltre 130.000, ma sono ancora possibili ritocchi.
Per tutti i dipendenti pubblici è confermato il congelamento "di fatto" della retribuzione ai livelli del 2009, che però partirà già da quest'anno. È invece saltata la prevista stretta sulla Protezione civile, che in pratica avrebbe impedito alla struttura diretta da Guido Bertolaso di operare in regime di emergenza anche per eventi non qualificabili come catastrofi.
Entrano poi nel decreto, ma con una veste piuttosto diversa rispetto alle prime ipotesi, le novità in materia previdenziale. Per il pensionamento sia di vecchiaia che di anzianità, al posto dell'attuale regime delle finestre, viene introdotta una "finestra scorrevole", in pratica un tempo di attesa uguale per tutti tra la maturazione del diritto e l'uscita effettiva. Sarà pari a 12 mesi per i dipendenti e a 18 per gli autonomi. Rispetto all'attuale attesa media l'incremento è di 6 mesi nel caso dell'anzianità, e più sostanzioso per la vecchiaia: in pratica l'età effettiva di uscita passa a 66 anni, anche se il governo insiste a precisare che non si tratta di un riassetto strutturale.
Per quanto riguarda l'invalidità, la percentuale per ottenere l'assegno sale dal 74 all'85, mentre l'indennità di accompagnamento sarà concesso con criteri più rigidi ma senza limiti di reddito. Sul fronte del lavoro, confermata la detassazione al 10 per cento per il salario di produttività ma con soglia di reddito più alta, a 40.000 euro annui.
L'entità finanziaria della manovra resta di 24 miliardi, 12 nel 2011 e altrettanti, aggiuntivi, l'anno successivo. Nel presentarla alle parti sociali il ministro Tremonti ha chiesto di gestirla insieme, visto che non si tratta di un intervento ordinario. Dall'Unione europea arriva intanto un'approvazione di massima, in attesa dei dettagli.