ROMA - «Questa non è la mia manovra». E' stato gelido ieri sera Silvio Berlusconi nell'aprire i lavori del Consiglio dei ministri. L'ennesimo scontro con Giulio Tremonti si era appena consumato e il superministro dell'Economia aveva di nuovo messo sul tavolo le sue dimissioni. E' toccato a Gianni Letta tagliar corto per evitare che il Cavaliere, visto l'umore di questi giorni, cogliesse la palla al balzo e desse seguito a ciò che qualche ora prima aveva confidato ad un suo collaboratore: «Se potessi lo cambierei subito».
La drammaticità della situazione, le richieste dell'Europa e la Lega, di fatto impediscono a Berlusconi di avventurarsi in una sorta di "predellino-ministeriale", ma il rapporto con il titolare di via XX Settembre ricorda attualmente molto quello che lo stesso Cavaliere ha con il presidente della Camera. In una condizione di rabbia e solitudine, anche ieri il presidente del Consiglio ha fatto lavorare Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e il ministro Sacconi. Tutti e tre a cercare una quadratura del cerchio di una manovra sulla quale il Cavaliere, se non cambierà in più punti, non intende mettere la faccia e che ritiene di fatto una sconfessione dell'operato del governo. A far irritare il premier non c'è solo il ritorno ai ticket sanitari e alla tracciabilità a suo tempo voluta dall'ex ministro Visco («roba da stato di polizia», l'ha bollata più volte il Cavaliere), ma anche lo smantellamento della Protezione Civile (poi cassato) a mandare su tutte le furie il premier. Proprio il dipartimento che di fatto è stato il braccio "armato" ed efficiente del governo ha rischiato di essere smantellato, così come ha rischiato di essere smantellata la stessa struttura di palazzo Chigi.
Repressa l'irritazione, il presidente del Consiglio soltanto ieri pomeriggio si è spostato dalla sua residenza romana a palazzo Chigi per accostare anche fisicamente la sua persona a un lavoro che finora aveva seguito solo da Arcore proprio per dare il segno della distanza. «Diamo un segnale che faremo costare meno lo Stato e non che chiediamo sacrifici e sacrifici». Berlusconi, che non comprende tanta fretta da parte dell'Europa e che avrebbe preferito spalmare su più anni la manovra, anche ieri ha accusato Tremonti di «non averlo tenuto informato», di avergli creato in questi giorni «molti problemi» e di non aver messo nella manovra «nulla che potesse dispiacere alla Lega». Dopo l'ennesima litigata prima del Consiglio dei ministri e la riunione che Letta ha fatto con alcuni ministri destinatari di particolari tagli (nella quale ha chiesto cautela «vista la situazione delicata»), Tremonti ha rimesso nella cartella i numeri illustrando ai presenti le misure senza però dare cifre su molti capitoli di spesa. Soprattutto, il superministro ha stralciato dal testo la parte relativa alla Protezione Civile, ma non ha inserito quel taglio delle province che Calderoli ha portato in consiglio come gesto di disponibilità della Lega che però a conti fatti avrebbe cancellato una decina di province. Il via libera alla manovra con "riserva" ha dato un'intera altra notte al governo per trovare un'intesa sui tagli, ma la cena a palazzo Grazioli dove intorno a un tavolo si sono trovati Berlusconi, Tremonti, Calderoli, Letta, Bossi e Cota è servita più che altro a far ritrovare un minimo di clima tra presidente del Consiglio e ministro dell'Economia. Il Senatùr difende a spada tratta l'operato di via XX Settembre, ma Berlusconi - che oggi in conferenza stampa manderà giù l'indigesto boccone - già pensa a come recuperare i centristi di Casini e a trovare un minimo di intesa con Gianfranco Fini. Tutto pur di contenere l'asse Tremonti-Lega che però anche