ROMA - «Sui tempi di attuazione del federalismo fiscale c'è stata la richiesta di una commissione dall'interno del Pdl e anche se ce ne sono già quattro in Parlamento, noi la metteremo in piedi presto». La "zeppa" Silvio Berlusconi la mette al termine della conferenza stampa. Il tono del presidente del Consiglio è nettamente diverso dal "recitato" con il quale ha letto le tre paginette di spiegazione della manovra correttiva. Il riferimento che in conclusione Berlusconi fa alla commissione sui costi del federalismo chiesta da Gianfranco Fini durante l'ultima memorabile direzione del Pdl, la dice lunga sullo stato d'animo e sui rapporti del premier con l'alleato lumbard.
Malgrado la stretta di mano e le precisazioni, i rapporti del premier con Giulio Tremonti rimangono tesi e l'incontro dell'altra sera a palazzo Grazioli con tutto lo stato maggiore del Carroccio, Umberto Bossi in testa, non ha appianato l'irritazione del premier che, stretto nell'asse Bossi-Tremonti, ieri pomeriggio ha dovuto mettere la sua faccia su una manovra correttiva che condivide poco o nulla. «La Lega non è stata colta di sorpresa perché ha seguito passo passo il lavoro di Tremonti», spiegava ieri pomeriggio il sottosegretario Aldo Brancher. Proprio a lui ieri mattina è toccato rassicurare il Senatùr sul percorso del federalismo fiscale, mentre il ministro leghista Roberto Calderoli era a via XX Settembre a seguire gli aggiustamenti alla manovra in assenza di Tremonti, impegnato in mattinata a Parigi alla riunione dell'Ocse. Bossi pretende che a fine giugno la commissione bicamerale sul federalismo presieduta da La Loggia, tiri fuori i costi standard. Malgrado le battute e le barzellette, dalla cena di due sere fa, Bossi non deve aver avuto rassicurazioni soddisfacenti sul percorso del federalismo fiscale. D'altra parte nei giorni scorsi Berlusconi, irritato per l'indiscusso sostegno della Lega alle misure messe a punto da Tremonti, è stato chiaro: «Se in questa legislatura non c'è spazio per il taglio delle tasse, non vedo perché ci debba essere il federalismo fiscale!». Il sospetto del presidente del Consiglio resta però intatto e ieri un esponente ex FI lo esplicitava così: «Questa manovra così dura serve per tranquillizzare Bruxelles e per far cassa in vista del federalismo fiscale».
Berlusconi, che non ha certo gradito lo schierarsi della Lega tutta dalla parte del titolare di via XX Settembre, e tantomeno la guerra a Roberto Formigoni (che alla fine oggi proporrà Vasco Errani) perché non arrivasse a guidare la conferenza Stato-Regioni, medita ora l'exit-strategy da una tenaglia che si è stretta ancora di più dopo le dimissioni di Claudio Scajola. Sulla scelta del nuovo ministro dello Sviluppo economico rischia quindi di pesare molto l'incrinatura nei rapporti tra Berlusconi e Bossi. Il coinvolgimento del Quirinale nella decisione, voluto ieri pomeriggio da Berlusconi, e il riferimento al "no" della Marcegaglia confermano la volontà del premier di cercare un nome fuori dal recinto stretto della maggioranza. Un nome in grado di arginare gli interessi della Lega, che grazie al ministro Calderoli ha salvato quasi tutte le province del Nord dal taglio previsto nella manovra, e che grazie al ministro Maroni ha tenuto i dipendenti della Sicurezza fuori dai tagli riservati alla Pubblica Amministrazione.
Il pressing sui centristi di Pier Ferdinando Casini («Pier ora coltiva sua aziendina, ma la sua casa è il Pdl»), la pace siglata con il finiano Italo Bocchino, riammesso ieri insieme ad Andrea Augello a palazzo Grazioli malgrado lo strepitio dei colonnelli ex An, è la conferma del tentativo del Cavaliere di cercare nuovi equilibri interni ad una maggioranza sempre più a trazione leghista. Se per Tremonti la manovra correttiva rappresenta «il tornante della storia», e per Pannella «un sicuro dirupo», per Berlusconi potrebbe essere l'occasione per sottolineare all'alleato e al ministro chi dà veramente le carte nel governo.
Non è forse un caso che dopo un'ora dalla presentazione, Berlusconi sia andato a parlare ai gruppi parlamentari sostenendo che la manovra correttiva, «non è immodificabile». Anche perché un testo definitivo ancora non c'è.