ROMA Nel tripudio di popolo, di folla amorosa e plaudente, di italianità e vicinanza ai nostri soldati di ieri e di oggi, ecco ripresentarsi il solito sgarbo padano. I leghisti disertano la parata anche se austera, snobbano tricolore e simboli della Repubblica. Mentre tutti sono lì, maggioranza e opposizione, sul palco dei Fori Imperiali o al Quirinale tra la gente che passeggia nei giardini. Giorgio Napolitano è allegro, perché questo 2 Giugno è quasi trionfale, tutto fila a puntino tranne... Maroni. Scambia qualche battuta con i giornalisti, il capo dello Stato, a fine giornata e la domanda arriva puntuale: come mai il ministro dell'Interno non c'era? «Le ragioni dovete a chiederle a lui, io non so». Il tono è sereno, non tradisce irritazione. «Sono stati invitati tutti, sul palco c'erano parecchi ministri, alcuni mancavano anche ieri sera (al ricevimento al Quirinale), poi, ognuno avrà le sue ragioni...».
Napolitano guarda al sodo: «La manifestazione di questa mattina, in fin dei conti, è stata assolutamente unitaria, di popolo e di rappresentanza. In tribuna c'erano rappresentanti di opposizione, di maggioranza e delle istituzioni senza alcuna eccezione. Non bisogna vedere tutto nero, non fatemi vedere tutto nero sennò chiudo gli occhi...». Tutta l'Italia che l'ha vista in tv ha notato il clima disteso e spesso allegro tra lui e Berlusconi, il parlottare, i battimani. La politica ha fibrillato: l'udc Cesa ha denunciato la «nota stonata» dell'assenza leghista; Fini ad Herat ha difeso le missioni di pace, tanto poco care ai leghisti; e il presidente Usa, Obama, ha inviato un caloroso messaggio al Colle a pochi giorni dalla visita di Napolitano a Washington proprio per celebrare l'impegno dei militari italiani nel mondo e la Festa del 2 giugno. Così come ha fatto mezzo mondo, Cina e Russia compresi.
Domande sull'attualità. Sulla manovra («è stata equa, come lei s'era augurato?») l'uomo del Colle s'è tirato indietro: «Io posso auspicare che sia equa e attenta a tante esigenze ma le manovre non le faccio io: c'è un decreto del governo che si è assunto la responsabilità e c'è la discussione in Parlamento». «Io non mi pronuncio nel merito del decreto; se fossi un parlamentare e basta, direi la mia a tutti gli effetti. Ma io non posso farlo e non intendo farlo». Ed ha ricordato l'esigenza di promuovere cultura, ricerca, formazione, come condizione per lo sviluppo dell'Italia».
L'auspicio più politico è arrivato sul tema delle intercettazioni, ben sapendo che in Parlamento la battaglia è a tutto campo tra e dentro gli schieramenti, uno deu temi dove «permangono ostilità e sordità reciproche»: «Penso che dal confronto ancora in corso possano uscire soluzioni, se non condivise da tutti, più accettabili per tutti». Infine le denunce di Ciampi sul golpe fallito nel '93: «Sono passati 17 anni, ormai sono episodi da analizzare sul piano storico o giudiziario». Napolitano poi allude a Borsellino e al fallito attentato a Falcone all'Addaura: «Mi auguro che le indagini si sviluppino in modo efficace e convincente».