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Pescara, 26/04/2026
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Data: 04/06/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Ultimatum della Ue all'Italia: donne statali in pensione a 65 anni. Sacconi lunedì incontra il commissario Reding: cercherò di capire

ROMA E' un vero ultimatum: niente deroghe, niente scappatoie. La Commissione Ue chiede, pretende, che l'Italia allinei l'età pensionabile delle donne a quella degli uomini nel pubblico impiego. Sessantacinque anni per tutti entro il 2012 e non nel 2018. Oggi le dipendenti statali arrivano alla soglia della pensione a 60 anni anche se il governo ha cercato di velocizzare l'equiparazione introducendo una norma che alza progressivamente l'età di un anno ogni due. Troppo poco secondo Bruxelles che chiede di cancellare il periodo di transizione e comunque vuole dal nostro esecutivo spiegazioni entro due mesi. Se non arrivassero risposte adeguate, scatterebbe per noi una nuova procedura di infrazione con il rischio di una multa assai salata. C'è solo da ricordare che già nel 2008 la Corte europea di giustizia aveva intimato all'Italia di alzare l'età pensionabile delle dipendenti pubbliche adeguandola a quella dei colleghi maschi. E che lo scorso anno Bruxelles aveva aperto una prima procedura di infrazione nei nostri confronti per la mancata attuazione della sentenza della Corte continentale.
Il preavviso, ma sarebbe più giusto parlare di avvertimento, è contenuto in una nuova lettera che la Ue ha inviato al nostro governo e nella quale si imputa all'Italia di «violare il principio dell'eguaglianza delle retribuzioni tra uomini e donne». La lettera che porta la firma della commissaria, Viviane Reding, non sembra ammettere margini di trattativa sulla possibilità di allineare i tempi dell'allineamento: le misure adottate dall'esecutivo per accorciare l'operazione nell'arco di 8 anni «non risolvono la situazione di trattamento discriminatorio». Si tratta di «misure transitorie inadeguate». «Speriamo - ha auspicato il portavoce della Reding - che non si debba arrivare a una nuova condanna per l'Italia».
Il ministro, Maurizio Sacconi, comunque proverà ed evitare il peggio. Sa bene, il titolare del Welfare, che non c'è tempo da perdere e lunedì incontrerà a Lussemburgo la Reding «per capire quanto sia cogente la richieste europea e quanto minacci di tradursi in infrazione. E' pur vero che l'anticipo del pensionamento delle lavoratrici pubbliche non pone i problemi di disoccupazione che ci sono nel privato e quindi di assicurazione del reddito». L'obiettivo principale di Sacconi evidentemente è quello di capire se sia possibile individuare una accordo, sulla base di una ulteriore accelerazione dell'allineamento previdenziale o se, invece, non ci siano margini di manovra e, dunque, l'operazione debba essere avviata e completata in tempi rapidi. Ipotesi difficile da realizzare anche se non è esclusa a priori: «Ne parleremo al prossimo Consiglio dei ministri - ha affermato il ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta - anche se alle sollecitazioni dell Ue abbiamo risposto otto mesi fa con l'innalzamento di un anno ogni due dell'età di pensionamento di vecchiaia delle donne. La Ue ci dice che non basta, ne prendiamo atto e vedremo come rispondere. Abbiamo il veicolo della manovra». Come dire che tutto è possibile.
I sindacati hanno accolto con marcato disappunto l'ultimatum di Bruxelles. In particolare Cisl e Uil chiedono che il nostro governo chiarisca i rapporti con la Commissione «senza equivoci». La Cgil parla di «editto cinese» di Sacconi (il ministro è, appunto, in Cina): «Il ministro sembra essere soddisfatto del richiamo e dimentica che per le donne il nostro welfare fa poco o nulla».

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