LO SCONTRO POLITICO Equiparazione nel 2012 per il pubblico impiego. Maroni: dovremo ubbidire...
ROMA. La Commissione europea intima all'Italia di alzare a 65 anni entro il 2012 l'età della pensione per le donne nella pubblica amministrazione, equiparandola a quella degli uomini. Il nostro Paese rischia di essere di nuovo deferito alla Corte di giustizia europea. Si apre dunque un nuovo fronte accanto a quello della manovra.
Più tardi in pensione. La Corte di giustizia aveva già chiesto all'Italia di portare l'età della pensione delle donne da 60 a 65 anni per eliminare quella che viene considerata una discriminazione con i colleghi maschi. Le modifiche apportate dal governo italiano al sistema previdenziale pubblico puntavano ad innalzare gradualmente l'età pensionistica a 65 anni entro il 2018 (un anno ogni due). Ma a Bruxelles non basta e chiede di risolvere il problema alla radice aumentando l'età a 65 anni entro il 2012. Il ministro Sacconi annuncia che lunedì vedrà a Lussemburgo il commissario Reding per «cercare di capire e di negoziare al meglio per una soluzione che vorremmo definitiva». Gli fa eco il ministro Brunetta, secondo il quale le modifiche chieste dall'Europa potrebbero persino entrare nella manovra. Ancora più esplicito Maroni, secondo il quale da Bruxelles arriva «una vera e propria ingiunzione». Pertanto, dice, «mi pare difficile non darvi corso». Per Rossana Dettori, segretaria generale della Funzione pubblica Cgil, il governo «si dimentica che per le donne il nostro welfare, così per come è stato ridotto, fa poco o nulla. Le donne si trovano spesso a sopperire a questa mancanza facendo oltre alle madri le bandanti, le infermiere, le educatrici». Per la Cisl la vicenda non deve essere riaperta perchè già garantita dalla gradualità. Il Pd propone un'età pensionabile inserita in un range compreso tra i 60 e i 70 anni con scelta individuale volontaria.
Via le mini-Province. Quelle con meno di 200mila abitanti saranno cancellate. Lo prevede un emendamento del relatore al disegno di legge sulla Carta delle autonomie che sarà votato dal parlamento martedì. Le province da cancellare sono Vercelli, Biella e Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte; Sondrio in Lombardia, Fermo (Marche), Rieti (Lazio), Isernia (Molise), Crotone e Vibo Valentia (Calabria). Si salverebbe così la provincia di Massa Carrara.
Regioni stangate. Quelle a statuto speciale del Nord - Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia - pagheranno il conto più salato. Ciascun cittadino si ritroverà con 290 euro in meno, secondo le stime della Cgia di Mestre, più del doppio di quanto dovranno pagare le altre Regioni autonome, Sicilia e Sardegna, con un salasso di 112 euro. Per le Regioni ordinarie del Mezzogiorno la stangata sarà di 211 euro a cittadino. Protesta Vasco Errani, presidente della conferenza Stato-Regioni: il taglio sulle Regioni pesa il 60% dell'intera manovra e non ci sono soldi per imprese, strade e ambiente.