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Data: 06/06/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Draghi: «Nessun rischio dall'Ungheria». I nostri istituti di credito ben capitalizzati. Fmi e Ue smentiscono possibili default

ROMA. Le banche italiane hanno 21 miliardi di euro di esposizione in Ungheria. Sono al terzo posto in Europa dopo gli istituti di credito di Austria (30,8) e Germania (25). «Ma per le nostre banche non ci sono rischi», dice il governatore di Bankitalia, Mario Draghi.
In Ungheria sono presenti due big italiani: Unicredit e Intesa San Paolo. Intesa possiede Cib bank, la seconda banca ungherese, 151 filiali, mentre Unicredit, come Unicredit Bank Hungary, è il settimo istituto magiaro.
Draghi spiega che il sistema italiano è solido «le banche sono adeguatamente capitalizzate, un modello tradizionale di business e di gestione del rischio» le mette al riparo dal rischio Ungheria. Già, il rischio di Budapest. Quasi un giallo finanziario internazionale. C'è davvero il pericolo che lo stato magiaro fallisca, che non riesca a pagare i suoi debiti, che faccia, come si dice in gergo, default? Domande lecite dato che a smentire una situazione tragica come quella presentata venerdì da Peter Szijjarto, il portavoce del primo ministro Orban, sono prima il Fondo monetario internazionale, poi la Commissione europea, poi lo stesso segretario di Stato ungherese, Mihaly Varga che definisce le dichiarazioni «sfortunate».
Giudizio abbastanza riduttivo rispetto al terremoto finanziario che le «sfortunate» parole di Szijjarto hanno causato. «Sono rimasto sorpreso», dice il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss Kahn. C'è da credergli. Due anni fa il Fondo monetario ha prestato all'Ungheria 15 miliardi di dollari e da allora ha sotto controllo giornaliero i conti di Budapest. «Sono convinto che i numeri siano giusti», dice ancora Strauss-Kahn. Così ieri al G20 in corso a Busan, nella Corea del Sud, c'era chi osservava che il nuovo governo ungherese «ha giocato con il fuoco, con i mercati finanziari, nel peggiore momento possibile», con il ricordo fresco del caso-Grecia.
Un «errore» che ha fatto precipitare l'euro sotto quota 1,20 e che ha costretto anche la Commissione europea a intervenire. A Busan c'è anche il commissario agli Affari economici, Olli Rehn, che si affretta a spiegare che parlare di un rischio default per l'Ungheria è «esagerato». Non solo, anche Rehn dà voce ai dubbi di tanti sull'uscita di Szijjarto: «I commenti fuorvianti, come quelli fatti nei due giorni passati, possono provocare la reazione avversa dei mercati anche laddove le fondamenta dell'economia sono solide».
«L'Ungheria - aggiunge - ha ridotto il deficit del 5% fra il 2006 e il 2009, il consolidamento di bilancio è andato avanti anche durante il difficile periodo della crisi e sono convinto che proseguirà sulla strada della crescita che già ha intrapreso». I numeri sembrano dargli ragione. Il debito pubblico ungherese è al 79% del Pil (media europea 84%), se quest'anno l'economia starà ferma nel 2011 crescerà del 2,8%. Sul piano del deficit pubblico le cose vanno molto meglio che nel resto del continente: in Ungheria è cresciuto del 4,1% rispetto al Pil, nella media Ue del 6,3%. Il segretario di Stato, Mihaly Varga, conferma che il target del 3,8% di deficit fissato con la Ue sarà confermato, che domani sarà varata una manovra di correzione autofinanziata perché la «capacità del governo ungherese di finanziare la spesa non è in questione». Resta da chiedersi il perché delle «sfortunate» parole.

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