ROMA. Nessun margine di trattativa e basta con la gradualità: l'Europa vuole le donne della pubblica amministrazione in pensione a 65 anni dal 1 gennaio 2012. Il ministro Sacconi rientra da Bruxelles dopo il faccia a faccia con il vice presidente dell'esecutivo europeo, Viviane Reding, senza risultati. E con la certezza che se l'Italia non dovesse adeguarsi rischierebbe sanzioni giornaliere fino a 714 mila euro per ogni giorno successivo alla sentenza.
«Non c'è alcuno spazio di trattativa - commenta il titolare del Welfare - decideremo giovedì in consiglio dei ministri cosa fare». Ed è dunque probabile che l'innalzamento dell'età pensionabile dai 60 ai 65 anni dal 1 gennaio 2012 entri nella manovra economica. L'Ue respinge il gradualismo dell'Italia che prevedeva i 65 anni entro il 2018. Da quest'anno l'età che segna la fine del rapporto di lavoro sarebbe dovuta aumentare di un anno ogni biennio (62 nel 2012, 63 nel 2014, 64 nel 2016, 64 nel 2017 sino a 65 nel 2018). Sino ad ora era possibile restare in servizio sino a 65 anni solo su base volontaria. Sono circa 30 mila per il primo anno le lavoratrici interessate. Dalla Ue reagiscono con una certa sorpresa alle contestazioni che si levano dal nostro Paese: «Mi sembra ragionevole dare all'Italia tempo fino al 1 gennaio 2012 - spiega Viviane Reding, vice presiente della commisione Ue - in una democrazia le sentenze di una corte si rispettano sempre». L'Italia si trova con le spalle al muro quando credeva di aver risolto il problema la scorsa estate rinviandolo con la gradualità. Ma non si tratta di questo, spiegano gli esponenti dell'opposizione: «Sbaglia il ministro Sacconi a ridurre la contestazione dell'Ue alla questione della gradualità dell'età pensionabile per uomini e donne - afferma il deputato Pd Sandro Gozi - L'Europa ci contesta un regime di discriminazione formale a danno delle donne e ci chiede, giustamente, di affrontare il problema». Gozi, insieme all'ex ministro Cesare Damiano, ha scritto una proposta alternativa per superare il contenzioso con l'Europa: «L'Italia deve affrontare questo nodo ma il governo Berlusconi non sembra intenzionato a farlo. L'unica strada sarebbe quella di equiparare l'età pensionabile tra uomini e donne introducendo un sistema flessibile e volontario di scelta» insieme a politiche di sostegno al welfare per le donne. «Meglio sarebbe - conferma Damiano - una misura di base uguale per tutti, 61 o 62 anni a partire dalla quale inserire il principio di un'uscita flessibile, fino ai 70 anni, liberamente scelte». Nel centro destra le opinioni sono diverse: il deputato Giuliano Cazzola (Pdl) parla di «richiesta irragionevole» e chiede che le norme nuove comincino nel 2016 mentre il capogruppo Pdl al Senato Gasparri le ritiene inevitabili. Il governo e l'Ue, afferma Zipponi dell'Idv, stanno operando «contro gli interessi delle lavoratrici italiane». Il segretario Cisl Bonanni attacca: l'Europa «maramaldeggia» e bisogna «discuterne col governo».