L'AQUILA. Si aggrava la crisi dell'industria aquilana. Il terremoto ha inferto un colpo decisivo a un territorio economicamente debole e destrutturato.
I numeri parlano da soli: 1500 operai in cassa integrazione straordinaria, oltre mille partite Iva bloccate, più di duemila lavoratori, del settore commercio e artigianato, in cassa integrazione in deroga. Mentre sono 4mila le aziende del cratere che attendono ancora il risarcimento per i danni subiti alle strutture e alle merci.
Un panorama desolante, quello delineato da Confindustria, che lancia l'allarme sulla detassazione: senza provvedimenti del Governo, il costo della manodopera per le imprese aquilane dal primo luglio salirà del 30 per cento.
La crisi viaggia su un doppio binario: da un lato gli ultimi fuochi della vertenza del polo elettronico, per decenni bacino di risorse economiche e occupazionali per il territorio aquilano. Dall'altro, il nuovo filone legato al terremoto, con migliaia di imprese in serie difficoltà. «L'industria più strutturata è ripartita», chiarisce Antonio Cappelli, direttore dell'Unione industriali della provincia dell'Aquila, «parliamo di aziende con un numero di dipendenti superiore a 40, ma abbiamo una miriade di piccole e medie imprese completamente ferme. Una caduta libera che abbraccia tanto il settore industriale, quanto il commercio e l'artigianato».
Imprenditori che, dopo il terremoto, non hanno riavviato l'attività per assenza di liquidità, di locali disponibili e per la mancata erogazione del risarcimento dei danni economici e strutturali subiti.
Circa 4mila i lavoratori in cassa integrazione; più di mille gli autonomi che non si sono ricollocati sul mercato. «In ballo ci sono quasi 80 milioni di euro, che potrebbero rientrare nelle casse delle aziende aquilane, per aiutarle a ripartire», dice Cappelli, «in particolare, sono 500 le imprese ancora in attesa del risarcimento previsto nell'87.2.b., che mette a disposizione 35 milioni di euro. La Regione ha definito la graduatoria, che tuttavia non è stata ancora pubblicata. La seconda opportunità viene dall'utilizzo dei 44 milioni di euro dell'ordinanza 3789 emanata dalla Protezione civile alla fine dello scorso anno. L'ordinanza stabiliva la possibilità di usufruire di un risarcimento per i danni subiti a immobili, beni strumentali, magazzino e scorte. Ma anche in questo caso, l'istruttoria del Comune per la definizione delle graduatorie è bloccata».
La burocrazia, tra lacci e laccioli, frena la ripresa dell'economia aquilana.
«E senza un rilancio dell'industria e dell'intero tessuto economico e produttivo, per questa città non ci sarà futuro», il parere di Confindustria.
«Alla crisi di grandi aziende come Finmek, Technolabs, Vibac e Otefal, che stanno usufruendo della cassa integrazione», spiega Cappelli, «si aggiunge tutto il comparto del commercio e dell'artigianato, che miete altrettante vittime. Con 4mila lavoratori in cassa integrazione e mille partite Iva ferme, nel solo cratere, la ripresa risulta davvero difficile».
Un quadro aggravato dalla lentezza nel pagamento dei lavori effettuati dalle imprese locali nel periodo della prima emergenza.
I soldi, nella maggior parte dei casi, non sono arrivati. «Ma il problema più grave», afferma il direttore di Confindustria, «è rappresentato dalla Zona franca, che sembra un'entità astratta. Le dotazioni economiche per L'Aquila, come per altri territori, potrebbero essere utilizzate dai sindaci, secondo il decreto Tremonti, ma non ci sono indicazioni sulla ripartizione delle somme disponibili e sui criteri da adottare».
Un ginepraio, in cui le imprese rischiano di perdersi. Infine, uno sguardo alla proroga delle tasse.
«Relegare il provvedimento alla sola fascia degli autonomi con reddito inferiore a 200mila euro», conclude Cappelli, «significa decretare la morte di questo territorio. Le imprese, così come i lavoratori, non sono ancora in grado di tornare a pagare tasse e contributi. Se non ci sarà una proroga della sospensione dei versamenti, il costo del lavoro per le aziende aquilane salirà di botto del 30 per cento, con conseguenze facilmente prevedibili: un più accentuato ricorso alla cassa integrazione e, nella peggiore delle ipotesi, la chiusura dell'attività».