PESCARA - Non gli è parso vero. «Se vuoi la mia testa accomodati pure», gli scrive il capogruppo ribelle Gianfranco Giuliante sette giorni fa. Ed è da quel momento, dal momento esatto in cui Gianni Chiodi legge quelle righe che comincia a farsi due calcoli: la testa no ma la poltrona vale oro e rimetterla in circolazione può portare vantaggi, anche rispetto ai vertici romani, haivistomai.
Per quattro giorni il presidente della Regione tenta di far fuori Gianfranco Giuliante cogliendo al volo l'opportunità che lui stesso gli offre in quella lettera di sfida, e ricama sulla possibilità di offrire l'ambitissima e potentissima poltrona di capogruppo regionale del Pdl a Giuseppe Tagliente. Prendendo così due piccioni con una fava: far fuori un rompiscatole della fatta di Giuliante che da venti giorni lo attacca sui giornali e riportando dentro il Pdl uno come Tagliente che sta tanto a cuore a Quagliariello. Ci tiene il governatore a restare nelle grazie dei vertici romani, anche perchè l'adesione ai promotori della libertà di Michela Brambilla non gli ha portato in dote molte simpatie (aveva sottovalutato che a Roma la ministra rossa non va per la maggiore), e il vicecapogruppo dei senatori pidiellini invece è da tre mesi almeno che fa la corte a Tagliente ma senza successo. La poltrona da capogruppo è quella che ci vuole: perchè così il consigliere vastese non soffrirà troppo per la rinuncia al gruppo "Rialzati Abruzzo" di cui è unico componente e unico percettore di benefit e indennità, e perchè così l'ex otterrà anche una buona contropartita, che è quella che chiede dal giorno dell'insediamento di Chiodi, in cambio del suo ritorno nel Pdl.
Se l'operazione gli riuscisse, Chiodi acquisterebbe subito i galloni sul campo. Quelli che gli affibbierebbe Quagliariello, naturalmente.L'imboscata a Giuliante doveva andare a segno durante il vertice di maggioranza di lunedì scorso: il capogruppo finisce sotto accusa, «non ti puoi permettere di fare attacchi così frontali al presidente», lo attacca Chiodi. Due lettere di cui una che è un'autentica presa per i fondelli: il governatore è deciso a fargliela pagare, a metterlo all'angolo. Sonda i consiglieri per verificare su quanti voti può contare se decidesse di dare il via alla staffetta. Uno, sicuramente, è schierato con lui: ed è il vice capogruppo Emiliano Di Matteo il primo che si è offerto di firmare un documento di solidarietà a Chiodi dopo gli attacchi di Giuliante. Ma per convincerlo c'è voluta una cena a quattro in un centralissimo ristorante di Teramo, da Loreto: seduti a tavola ci sono Paolo Tancredi, Gianni Chiodi, il segretario generale della Regione Enrico Mazzarelli e appunto Di Matteo. Si parla del caso Giuliante, Di Matteo è il suo vice ed è quindi l'erede naturale per quella poltrona. Naturale che si faccia avanti. Ci si mettono in tre a spiegargli che non starebbe bene, perchè se facessero secco l'aquilano Giuliante per far posto a Di Matteo, sarebbe l'ennesimo schiaffo al capoluogo e l'ennesimo teramano piazzato nei posti di potere. A malincuore Di Matteo si fa da parte e accetta di votare per Tagliente: è questo il disegno che prende corpo durante la cena teramana.
Ma al vertice di maggioranza Chiodi si imbatte su una serie di porte chiuse: sono quelle dei consiglieri regionali teatini che hanno sempre guardato storto Tagliente e criticato il suo opportunismo (è stato l'unico a non versare i cinquemila euro per i terremotati), quelli che hanno denunciato l'adesione strumentale del consigliere a "Generazione Italia" di Gianfranco Fini, senza mai credere a un errore dei gestori del sito. Chiodi è costretto a fare dietrofront, Giuliante resta al suo posto, Tagliente nel suo gruppo monodose. E' salva anche la pace del partito: perchè se l'operazione fosse andata in porto, sicuramente l'ex aennino Fabrizio Di Stefano non avrebbe fatto salti di gioia.