L'accordo di Pomigliano spacca i lavoratori, il sindacato e la sinistra
POMIGLIANO D'ARCO. La Fiom non fa sconti. Il referendum sull'accordo separato Fiat per Pomigliano d'Arco è «una pistola puntata alla testa». Bisognerà, nonostante il netto dissenso, votare alla consultazione del 22 giugno per non subire «azioni di rappresaglia».
Ma il risultato del referendum, ritenuto «illegittimo», non sarà e non potrà essere in alcun modo vincolante «perché riguardante diritti indisponibili dei lavoratori e delle lavoratrici».
Dall'assemblea di Pomigliano d'Arco i metalmeccanici della confederazione alzano un muro contro l'accordo in un clima difficile e teso per lo stesso sindacato come dimostrano i fischi al rappresentante della Cgil campana, Federico Libertino, dopo che la confederazione regionale e napoletana ha addirittura lanciato un appello a votare sì. Gli operai appaiono frastornati, divisi, mentre c'è chi giura che «sarà guerra» se la fabbrica chiuderà.
Si dividono gli operai, si divide il sindacato in una giornata drammatica che vede spaccarsi anche la sinistra. Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, si concentra sulla partecipazione dei lavoratori al referendum sostenendo che «è importante che siano coinvolti e partecipino. Ad occhio e croce - aggiunge - credo che andranno a votare e ad occhio e croce credo che diranno sì. Per la Cgil è un sì all'occupazione, sì al lavoro, sì all'investimento». E rispetto alle posizioni assunte dalla categoria «tocca alla Fiom decidere cosa fare. E' corretto però che dica che ci sono materie non disponibili ai referendum. Allo stesso modo è altrettanto importante che i lavoratori partecipino alle consultazioni». Un equilibrismo che non evita il cortocircuito con la Fiom. L'assemblea degli iscritti a Pomigliano apre lacerazioni dolorose. Fischi hanno accolto l'intervento di Federico Libertino, componente della segreteria regionale, che ha invitato i lavoratori ad andare a votare «secondo coscienza, ma di andare a votare per difendere l'investimento e l'occupazione». Maurizio Mascoli, della segreteria regionale Fiom, sottolinea invece che «lo statuto della Cgil e della Fiom stabilisce che non si può sottoscrivere alcun accordo che leda i diritti indisponibili dei lavoratori».
Ma l'accordo scuote tutta la sinistra, con quella radicale che attacca il Pd e si schiera con Di Pietro a fianco della Fiom nel definire «illegittimo» il referendum tra i lavoratori, mentre i democratici appoggiano l'intesa raggiunta.
In più, per la seconda volta in pochi giorni, il segretario Pier Luigi Bersani ha dovuto rettificare la posizione espressa dal suo vice Enrico Letta ribadendo che comunque Pomigliano non sarà un modello esportabile nel resto di Italia per sminuire i diritti dei lavoratori. Ma nel Pd c'è anche un fronte, costituito per esempio dagli ex Cisl Sergio D'Antoni o Pier Paolo Baretta, che vede piuttosto il bicchiere mezzo pieno, sottolineando gli aspetti positivi per l'occupazione e per l'industria.
L'attacco duro viene dalla sinistra radicale. Il primo a menar fendenti è l'ex leader del Prc, Fausto Bertinotti: «Tutta la sinistra, sia moderata sia radicale, è morta». E davanti ai cancelli di Pomigliano, Nichi Vendola sferra un attacco diretto al Pd. «Tra i due Letta - dice il leader di Sinistra e libertà - quello più di sinistra mi sembra Gianni, e le dichiarazioni di Enrico, invece, sono incommentabili».
«È proibito anche ammalarsi»
Antonietta, 21 anni di fabbrica alle spalle e due figli
POMIGLIANO. In fabbrica è entrata a 21 anni, oggi ne ha 41. Antonietta è da vent'anni alla catena di montaggio della Fiat di Pomigliano, con lei almeno 5-600 donne operaie. Ha due figli, un marito dipendente statale. E tanta rabbia da sfogare.
«Siamo schiavi senza catene, hanno detto bene di noi dopo l'accordo voluto da Marchionne e appoggiato dal governo». Dell'esordio in fabbrica ha un bel ricordo. «Poi le cose sono cambiate, peggiorano a vista d'occhio da due anni. Non ci possiamo nemmeno muovere, siamo passati da un eccesso all'altro: troppo permissivismo prima forse, eccessiva rigidità in così poco tempo». In questi giorni di cassa integrazione si gode i bambini, di 4 e 12 anni.
Come cambierà la sua vita con questo accordo?
«In peggio. Vede, io sono disposta a fare la notte ma se uno ha il sabato e la domenica di festa, come in tutti gli stabilimenti. E poi le pause, sono assurde. Dieci minuti di sosta per i bisogni, prima erano 40, ora 30 divisi in tre turni. Come si fa con centinaia di operai, a lavarsi le mani, bere un caffè, fumare una sigaretta?»
Quali rinunce ritiene proprio insopportabili?
«Guardi, se c'è un guasto alla catena di montaggio, cioè se resta ferma e si sono persi 20 secondi, con il nuovo accordo si aumenta la cadenza e si recuperano i 20 secondi. Ma noi siamo esseri umani. Ci hanno definiti così, schiavi senza catene. Poi la malattia: i primi tre giorni di malattia sulla busta paga non verranno retribuiti, sono 130 euro. Sullo sciopero che glielo dico a fare, non si può togliere un diritto».
Come farà a gestire i problemi familiari, i bambini?
«Una baby sitter se la trovi di sabato paghi già di più, impossibile. Perché ora i tre turni stabiliti (6-14, 14-22, 22-6) sono anche al sabato. Mi dica lei una mamma che va a lavorare alle 22 del sabato sera come si deve sentire».
Che cosa farà?
«Non mi voglio fasciare la testa prima di romperla, sono incazzata nera. La gente non sa che cosa significa lavorare alla catena, anche nel 2010».
Che cosa voterà al referendum?
«Non ci vado. Molti miei colleghi la pensano allo stesso modo. Dopo è inutile piangere...»