ROMA - Non vanno d'accordo su niente, Gianfranco Fini e Sandro Bondi. Se il presidente della Camera rifiuta di sottomettersi al «pensiero unico» nel Pdl, il ministro e coordinatore del partito replica deciso: «Basta con il controcanto».
Si alzano scintille durante un dibattito a Palazzo Marini. Come un fiume in piena, Fini rovescia le stesse accuse in direzione contro Berlusconi. L'appuntamento si trasforma in un «Auditorium 2»: «troppa sudditanza alla Lega», la questione dell'Unità nazionale è «motivo di divisione» con il Carroccio, le intercettazioni così non vanno, «urge una riflessione» dopo le parole di Piero Grasso, procuratore Antimafia. Comunque, nel Pdl vi «sono valori, come la legalità, che non si mettono ai voti, non si può archiviare un dissenso dicendo che un organismo di partito si è riunito ed ha deciso». Non è opportuno che Cosentino resti al ministero dopo essere stato raggiunto di un mandato di cattura e, sul caso Brancher, «nel Pdl e nel governo non voglio ci sia il sospetto che qualcuno si fa nominare ministro perché non vuole andare in Tribunale». Poi chiede il congresso che deve «rappresentare un momento di verifica della credibilità delle classi dirigenti».
Arriva all'epilogo di una giornata di forti tensioni nella maggioranza il dibattito che ha luogo in una sala con 200 persone prigioniere del calde. La trattativa tra «finiani» (Bocchino e Augello) e coordinatori Pdl non ha fatto nessun passo avanti. I segnali sono di rottura su tutto il fronte al punto che un «finiano» si è rivolto così, durante una conversazione, con un dirigente Pdl: «Se non cambiate il ddl intercettazioni, non dovete escludere che si lavori per far cadere il governo». I coordinatori hanno domandato ai «finiani»: «Siete con noi o contro di noi?». La «pax» sarebbe, dunque, agli sgoccioli. Al punto che Berlusconi, rimasto a Palazzo Grazioli dopo il rientro da Panama, sarebbe rimasto «molto irritato e preoccupato». Ma il premier non crede che abbiano i numeri sufficienti per un dietrofront. «Io che lavoro per il bene del Paese non faccio altro che ricevere attacchi, soprattutto da chi dovrebbe fare il presidente della Camera e non un leader di partito...». Il dissidio è insanabile, ha confidato. Altra irritazione nei confronti di Napolitano per le critiche al Ddl intercettazioni. Berlusconi resta aperto ai miglioramenti del testo. Ieri sera ha ricevuto il Guardasigilli Alfano, Niccolò Ghedini e Gianni Letta. Ma, oggi, riunirà nella sua residenza i dirigenti Pdl.
Le prime scintille, nel dibattito, si alzano su motivi formali. Bondi non dà del tu a Fini, ma del «lei», come peraltro fa con Berlusconi. Fini non si conforma al pensiero unico, chiede «il diritto al dissenso» che deve esistere in un qualsiasi movimento liberale. Ma la Lega non può detenere la «Golden share» del Pdl, è la critica di Fini. Bondi non è d'accordo: «Sull'unità nazionale non ci sono problemi nel Pdl e neanche con la Lega». Invece, per Fini «il problema c'è». Sulle intercettazioni l'ex leader di An chiede di riflettere, non chiede di non vietare la pubblicazione della conversazioni che finiscono sui giornali, ma di consentire che i poliziotti mettano la cimice nell'auto di un mafioso. Come ha avvertito il Procuratore Antimafia. «Grasso non è il Vangelo» ribatte Bondi.