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Pescara, 22/04/2026
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Data: 05/07/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il premier e la sfida finale a Fini: ormai è fuori dal partito. Verso una direzione straordinaria del Pdl. Oggi o domani vertice chiarificatore con Tremonti

ROMA - Una notte in Sardegna, un'altra ad Arcore e nella tarda serata già a Roma. Di lunedì ed è una novità. Ma venerdì scorso il Silvio Berlusconi rientrato in Italia dopo dieci giorni di missioni internazionali, ha dato a tutti appuntamento a lunedì con quell'eloquente "ghe pensi mi" riferito alla maggioranza e al governo e che non promette nulla di buono. Ieri al telefono dalla costa Smeralda ha parlato con qualche ministro che gli chiedeva conto delle due "intemerate" raccontate da "Corriere" e "Repubblica". La prima narra di un Giulio Tremonti infuriato per l'ennesimo stop impresso alla manovra correttiva e di una nuova telefonata tra i due con tanto di ennesima minaccia di dimissioni da parte del ministro. La seconda contiene nuovi affondi del presidente della Camera «al limite dell'insulto personale», spiega il volutamente anonimo ministro.
I rapporti con il co-fondatore sono azzerati, malgrado l'attivismo di Gianni Letta. Berlusconi ieri mattina sosteneva di vederci negli affondi di Fini «un problema psicologico nei miei confronti» e che per questo «i rapporti sono irrecuperabili». «Se anche noi togliamo di mezzo Brancher e rinviamo le intercettazioni a settembre, il problema resta - sosteneva ieri il Cavaliere - se ne inventerà un'altra. Tanto vale fare quello che qualcuno voleva facessi qualche mese fa. Anche a costo di una crisi di governo». Sbattere fuori dal Pdl Fini e i finiani, anche se manca "la pistola fumante", è questa la linea che Berlusconi perseguirà in settimana. Con una semplice presa d'atto che potrebbe avvenire già con la prossima direzione del Pdl. Magari già mercoledì prossimo. Sondaggi alla mano, Berlusconi sostiene infatti che «le polemiche interne ci stanno danneggiando più di un'eventuale aumento delle tasse» e che è venuto il momento «di fare chiarezza con il nostro elettorato».
I pontieri sono ancora a lavoro per cercare una ricucitura ma anche un ministro ex Dc come Gianfranco Rotondi non vede vie d'uscita a quello che definisce «un vizio di metà legislatura del centrodestra, ma per come si sono messe le cose dico "aridatece Follini". Almeno si capiva cosa volesse». Fuori i finiani dal gruppo del Pdl e fuori i ministri, vice e sottosegretari, qualora non prendano pubblicamente le distanze dagli attacchi del presidente della Camera. «Anche a costo di una crisi di governo», ripeteva il Cavaliere, deciso ieri come non mai a riprendersi la leadership che qualcuno pensa di sfilargli anzitempo.
Se il nodo con la pattuglia finiana Berlusconi pensa di risolverlo in questo modo, resta il problema della manovra correttiva che, tra annunci e smentite, sta danneggiando non poco l'immagine di compattezza della coalizione. Ieri mattina il compito della mediazione tra Silvio e Giulio, dopo il titolone a tutta pagina del "Corriere" è toccato ancora una volta a Paolo Bonaiuti. La smentita del sottosegretario, ad uso dei tg, ovviamente non accontenta il Cavaliere che molto presto, forse anche oggi, incontrerà nuovamente il superministro per discutere ufficialmente dell'iter della manovra correttiva, ma anche per «valutare insieme se davvero Giulio sia stanco e vuol lasciare», come ha spiegato ieri lo stesso Berlusconi. In questo momento a Berlusconi i problemi non mancano, ma il fatto che sia «un ministro come Tremonti a complicarli», lo manda su tutte le furie. Anche perché, è il ragionamento del Cavaliere, tra refusi sulle pensioni, scontro con gli enti locali e polemiche sulle tredicesime, via XX Settembre sta trasformando la manovra in un Vietnam che sta incidendo pesantemente sui consensi del Pdl e corrode l'immagine del leader. Tutto ciò per il presidente del Consiglio non accade per caso. Pensa sia giusto che ognuno pensi al proprio futuro, «ma ora si è superato il limite».
A Tremonti, e ad un pezzo di Lega, Berlusconi imputa anche «il pasticcio compiuto da Giulio, Roberto e Umberto» con la nomina di Brancher a ministro tanto «low-cost» da essere quasi sparito. Fosse stato per il presidente del Consiglio Brancher sarebbe dovuto andare al ministero dell'Agricoltura e Galan allo Sviluppo Economico. «Ma Tremonti non ha voluto Galan! E con Calderoli ha combinato un pasticcio che ora devo risolvere io» chiedendo ad Aldo di «fare un passo indietro». Alla conta di giovedì il premier non intende arrivare, anche perché voterebbero compatti anche i finianii
«Ha fatto di tutto per far fuori Scajola e non vedo perché debba ora subire un ministro allo Sviluppo Economico non a lui gradito», sosteneva ieri uno dei vicepresidenti del gruppo Pdl alla Camera. Le dimissioni di Brancher sono quindi imminenti, ma per il premier non servono ad accontentare la sete di legalità dei finiani. Anzi, con il co-fondatore quasi sull'uscio, il presidente del Consiglio non cerca più nessuna intesa nemmeno sul ddl-intercettazioni dove gli scogli più grandi rimangono il Quirinale e l'opinione pubblica. E' infatti concreto il rischio che Giorgio Napolitano possa rinviare il testo alle Camere, qualora dovesse rimanere nella formulazione varata al Senato. Senza contare che i sondaggi confermano la sensazione di vivere in un paese di intercettati, ma quando si arriva alla domanda fatidica se e come limitare l'uso, i favorevoli si bloccano. Sulla necessità di trovare un'intesa con il Colle, Berlusconi si trova d'accordo con la Lega, ma non ha nessuna intenzione di allungare a dismisura i tempi dell'ascolto modificando il testo in modo da rendere più snelle le deroghe.
Capitolo a parte è il rapporto con la Lega. Qui il «ghe pensi mi» di Berlusconi passa per il rimpianto per Roberto Cota, ex capogruppo e neo presidente del Piemonte. L'attivismo di Calderoli spesso impensierisce il premier, al pari dei silenzi di Maroni. Il federalismo fiscale resta uno degli obiettivi del governo, ma per Berlusconi la Lega dovrebbe capire che «ci sono anche altre priorità» e soprattutto «che non si pùò alimentare una sgangherata campagna contro le regioni del Sud.

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