LO SCONTRO POLITICO Centrodestra sempre più diviso dopo la caduta del «ministro del nulla»
ROMA. «Dimissioni condivise». Berlusconi fin da venerdì era entrato in pressing su Brancher per disinnescare una mina pericolosa per il governo. «Per evitare il trascinarsi di polemiche strumentali», ha ceduto ed è stato quasi un replay della vicenda Scajola che per settimane aveva messo sulla graticola il governo. «Giornata calda e non solo per il meteo», ammette il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta. L'insidia più urgente è stata affrontata nell'unico modo possibile, la riduzione del danno già arrecato, per i finiani «un autogol che non doveva essere commesso». Nessuna comprensione insomma da Italo Bocchino che, dal sito di «Generazione Italia», scrive che dopo «il tassello Brancher» ce ne sono almeno altri tre da mettere apposto: intercettazioni, manovra e vita interna del Pdl.
Quella delle dimissioni del ministro dalle deleghe fantasma è una vittoria che rivendica anche il Pd con Bersani che dice «li abbiamo messi all'angolo» e Franceschini «soddisfatto perché quando l'opposizione prende un'iniziativa al di là dei rapporti di forza, può ottenere dei risultati importanti». «Ora si dimetta Cosentino accusato di reati ben più gravi», rilancia invece Di Pietro.
La settimana calda di Berlusconi è appena cominciata ed è tutt'altro che in discesa. Domani dovrebbe riunire i capigruppo Gasparri e Cicchitto, i coordinatori Verdini, Bondi e La Russa il ministro della Giustizia Alfano e l'avvocato-deputato Ghedini. Sul tavolo, le altre grane elencate da Bocchino e al primo posto la legge sulle intercettazioni. La commissione parlamentare guidata dalla Bongiorno lavora alle ipotesi di modifica sulla scorta delle «criticità» individuate dal Quirinale. In alcuni casi coincidono con quelle chieste dai finiani e sulle quali potrebbero convergere anche le opposizioni. Sembrerebbe solo una questione tecnica, ma la scelta del premier è da ponderare e non è solo sul merito del provvedimento, ovvero accontentare Napolitano senza che Fini si possa intestare la vittoria di questa battaglia.
«Se si riuniscono i vertici del partito per prendere le decisioni politiche e non per metterci in minoranza», si fanno dei passi in avanti, osserva Bocchino. I ribelli confermano che non andranno via, che non si faranno cacciare ma sulla convivenza o la separazione consensuale «si può discutere». Ci sono anche i pontieri come Silvano Moffa che fa appello a Fini e Berlusconi affinché «trovino l'intesa direttamente su un patto di fine legislatura». Incontro allo stato difficilissimo, ma allo studio ci sono soluzioni per garantire una maggiore libertà d'azione ai finiani: una federazione sotto lo stesso tetto del Pdl potrebbe essere la via d'uscita. Tramonta invece l'ipotesi di una conta in Parlamento per vedere «chi è dentro e chi è fuori». «Se Berlusconi verrà in Parlamento a chiedere la nostra fiducia la otterrà senza se e senza ma», assicura Bocchino che vuole spazzare via qualsiasi voce di tradimento: «Siamo convinti sostenitori del bipolarismo, ma diciamo con chiarezza che se Berlusconi decidesse di rompere il Pdl pur di non mediare con Fini non ci ritireremmo dalla politica». «Uccidere i finiani - aggiunge - vuol dire solo uccidere il governo».