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Data: 10/07/2010
Testata giornalistica: Il Centro
Fiat: la Panda a Pomigliano. L'accordo separato diventa operativo con l'ok di Bonanni e Angeletti «In fabbrica meno diritti». Il segretario delle tute blu Cgil: deroghe al contratto e peggioramento del lavoro

Diciotto turni, utilizzo degli impianti per 24 ore. Si parte tra due anni, 700 milioni l'investimento

ROMA. Tra due anni a Pomigliano si produrranno le Nuove Panda, attualmente realizzate in Polonia. Marchionne e i leader di Cisl e Uil hanno deciso di dare il via libera all'accordo del 15 giugno.
L'ad del Lingotto, con Bonanni e Angeletti accompagnati dai segretari delle rispettive categorie firmatarie dell'intesa separata, hanno convenuto di avviare piani operativi sullo stabilimento campano che, secondo la Fim-Cisl «consentirà anche lo sblocco del piano complessivo della Fiat sugli altri stabilimenti italiani, finalizzato all'incremento delle produzioni e alla stabilizzazione dell'occupazione». Il piano non è stato firmato dalla Fiom perché contiene «deroghe al contratto nazionale, alle leggi e violazioni costituzionali».
L'accordo prevede un investimento di 700 milioni di euro e una produzione che impegnerà gli impianti per 24 ore giornaliere, per 6 giorni la settimana compreso il sabato, con un'articolazione di 18 turni settimanali su tre turni di 8 ore ciascuno. Il raddoppio della produzione dovrà basarsi su un aumento delle ore di lavoro straordinario che l'azienda ha stabilito in 80 ore annue pro capite (oltre le attuali 40 previste dal contratto) senza preventivo accordo sindacale. Il lavoro straordinario potrà essere effettuato anche durante la mezz'ora di intervallo tra la fine e l'inizio dell'attività lavorativa di due turni. I bilanciamenti produttivi per garantire la quantità di produzione prevista saranno resi operativi dalla mobilità interna su ciascuna linea. Cresce il carico di lavoro col taglio delle pause: sulle linee a trazione meccanizzata con scocche in movimento continuo sono permesse tre pause di 10 minuti ciascuna da fruire in modo collettivo, che sostituiscono le attuali due di venti minuti ciascuna.
Per contrastare l'assenteismo che si verifica in particolari eventi l'azienda non coprirà i periodi di malattia. Inoltre il «mancato rispetto degli impegni eventualmente assunti dalle organizzazioni sindacali e dalle Rsu» oppure comportamenti «idonei a rendere inesigibili le condizioni concordate» esonera l'azienda a riconoscere le norme previste dal contratto sui permessi sindacali e i contributi. In caso di violazione da parte del singolo lavoratore di una delle clausole che integrano o trasformano i contratti individuali (ad esempio uno sciopero se l'azienda lo riterrà lesivo dei propri interessi) verrà sottoposto «a provvedimenti disciplinari conservativi e ai licenziamenti». L'accordo, spiega Giuseppe Farina segretario generale della Fim-Cisl «è impegnativo per i lavoratori e il sindacato non aveva alternative».
Ma in Fiat la tensione sindacale è sempre alta. Da ieri sono in corso scioperi alla Sata di di Melfi per protestare contro la sospensione di due delegati Fiom e un operaio «per rappresaglia antisindacale contro le azioni di lotta sulle condizioni di lavoro». Sul premio di risultato, già decurtato lo scorso anno, ieri invece i lavoratori torinesi delle Carrozzerie e delle ex Meccaniche (ora Powertrain) di Mirafiori si sono fermati per due ore di sciopero. Adesioni tra l'80 e il 90% con un migliaio in corteo. Hanno incrociato le braccia anche all'Iveco Stura. Dalle 12 alle 14 si sono fermati i lavoratori della Costruzione Stampi e delle Presse.

Il segretario delle tute blu Cgil: deroghe al contratto e peggioramento del lavoro. Landini, leader della Fiom: intesa grave e sbagliata
L'investimento deve permettere di rafforzare l'occupazione, ma serviva una soluzione condivisa

ROMA. «L'accordo separato su Pomigliano tra la Fiat e alcuni sindacati può aprire la strada alla demolizione del contratto nazionale e ad un peggioramento delle condizioni di lavoro. In sintonia col progetto del governo di smantellare lo statuto dei lavoratori». Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, non arretra di un passo: l'accordo confermato ieri tra Marchionne e i vertici di Cisl e Uil «è un atto grave e sbagliato».
Ma conferma un investimento considerevole.
«Stiamo parlando di un investimento che partirà tra due anni e che noi non abbiamo contrastato. Contestiamo alla Fiat la volontà di non ricercare soluzioni condivise».
L'accordo non ha ottenuto un plebiscito ma è stato approvato in fabbrica.
«Noi eravamo disposti alla trattativa nel rispetto del contratto di lavoro. La proposta di Marchionne è stata: prendere o lasciare. E i lavoratori hanno detto che l'uso strumentale e ricattatorio del referendum del 22 giugno era semplicemente finalizzato alla ricerca di un plebiscito che non c'è stato».
Cosa farà la Fiom?
«Resta centrale l'impegno perché l'investimento possa rafforzare l'occupazione, anche nell'indotto, per superare precarietà e incertezza».
Perché la Fiat ha cercato la prova di forza?
«Il tentativo esplicito è di cancellare il contratto nazionale e di svuotare la rappresentanza democratica dei lavoratori nelle aziende. Un errore grave perché le fabbriche si devono gestire col consenso. Dopo il referendum e il mancato plebiscito, qualcosa nell'atteggiamento della Fiat è cambiato».
A cosa si riferisce?
«Su Termini hanno fatto calare il silenzio, nulla si sa della fabbrica che chiuderà il 31 dicembre 2011. In poche ore a Pomigliano, Melfi e Mirafiori sono arrivate lettere di contestazione e sospensione a delegati e iscritti Fiom che rischiano di preludere a licenziamenti. Inoltre sul salario dei lavoratori, già ridotto dal ricorso alla cassa integrazione, occorre evitare che l'azienda non eroghi alcun conguaglio del premio di risultato previsto per luglio dopo che già nel 2009 era stato ridotto da 1200 a 600 euro»
Come giudica Marchionne, un tempo definito il socialdemocratico?
«Marchionne sta facendo prevalere una logica autoritaria e unilaterale che azzera le relazioni industriali chiudendo ogni spazio negoziale. Non è il modo per affrontare i problemi».

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