ROMA. Rafforza ancora la tempesta provocata dall'inchiesta della procura di Roma sulla nuova P2 e sulle riunioni che i sodali della pseudo loggia tenevano a palazzo Pecci Blunt, residenza romana del coordinatore del Pdl Denis Verdini. Gli sviluppi giudiziari hanno aperto nuove crepe nella maggioranza di governo, con i finiani che reclamano le dimissioni di Verdini, e provocato pesanti imbarazzi nel mondo della magistratura.
A dar voce allo scontro interno al Pdl è stato il vicecapogruppo del partito alla Camera, Italo Bocchino, che ieri ha invitato il premier ad «adottare con Verdini la soluzione Brancher». «Verdini sarà costretto a dimettersi da quello che verrà fuori. Perchè noi oggi abbiamo letto solo una parte delle intercettazioni e quando avremo visto anche le altre sono convinto che Verdini non potrà resistere», ha detto Bocchino. Ma a fare muro ci hanno subito pensato Bondi, Cicchitto, Brambilla e gli altri uomini del Presidente. «La nostra non è la cultura del giustizialismo e delle condanne consegnate sui mezzi di comunicazione», ha detto Sandro Bondi. «Il garantismo non è a corrente alternata», gli ha fatto eco Fabrizio Cicchitto.
A dimettersi, invece, è stato per ora Ernesto Sica, l'assessore all'avvocatura della Regione Campania che compilò il dossier diffamatorio sull'allora candidato alla presidenza per il Pdl, Stefano Caldoro. Anche lui, secondo la procura di Roma, faceva parte della nuova loggia e anche lui risulta indagato per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Il nome di Sica si aggiunge così a quello dei tre arrestati - il faccendiere Flavio Carboni, l'ex giudice tributarista Pasquale Lombardi e l'ex assessore al comune di Napoli, Arcangelo Martino - e a quello dello stesso Verdini (già indagato per corruzione nel filone dell'eolico in Sardegna).
Ma le carte della procura hanno provocato pesante imbarazzo anche tra le toghe. Un settore nel quale i sodali finiti in carcere hanno dimostrato di avere agganci ai livelli più alti, dal Csm alla Corte Suprema. Sulla vicenda si è alzata ieri la voce dell' Associazione nazionale magistrati. «La questione morale non ammette tentennamenti né indugi. Non vogliamo toghe vicine ai potenti di turno o ai comitati d'affari. Vogliamo invece magistrati indipendenti e integri la cui attività si espliciti nelle aule di giustizia e non nei salotti», hanno dichiarato il presidente dell'Anm, Luca Palamara, e il segretario generale Giuseppe Cascini. «Il clima di condizionamento e di inquinamento emerso dagli atti dell'inchiesta è allarmante» hanno aggiunto i vertici della magistratura associata.
Ieri, intanto, si è appreso che Antonio Martone lascerà la magistratura. Avvocato generale presso la Cassazione, Martone ha presentato domanda di pensionamento venerdì, all'indomani dell'arresto di Carboni e soci. Anche lui era alla cena con i nuovi piduisti organizzata a casa dell'onorevole Verdini per discutere del Lodo Alfano e della necessità di contattare giudici amici per pilotare il verdetto della Consulta. E con lui c'erano il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, il capo degli ispettori di via Arenula, Arcibaldo Miller, e il senatore Marcello Dell'Utri (di cui i Pm stanno valutando le posizioni).