Di domenica, e per di più a metà luglio, mai si era visto un fenomeno simile: venti, forse trenta dichiarazioni a sostegno entusiastico di Renato Schifani, presidente del Senato, che sul Corriere della sera lancia un paio di idee giudicate dai suoi fan sagge, equilibrate, giuste, opportune, meritorie, illuminate, in uno scialo di lodi senza eguali. Tra quanti si sono pubblicamente complimentati spiccano i ministri Fitto, Sacconi e Brunetta, il capogruppo alla Camera Cicchitto, il «vicario» al Senato Quagliariello, presidenti di Commissione come Vizzini, più una folla di parlamentari la cui osservanza berlusconiana mai è stata messa in discussione: da Tomassini a Boniver, da Lupi a Bonfrisco, e poi Azzollini, Malan, Santelli, Osvaldo Napoli e tanti altri ancora... Da Bruxelles fa giungere il suo plauso a Schifani nientemeno che il Commissario europeo Tajani. Che diamine sta succedendo nel Pdl?
Sta per nascere, così sembrerebbe, il correntone di quanti non vogliono le correnti. E dunque mandano al premier un messaggio molto preciso: «Caro Silvio, o metti fine al frazionismo interno, e blocchi in maniera risoluta quanti danno vita a raggruppamenti che si richiamano a te, oppure d'ora in avanti saremo costretti a organizzarci anche noi, tuoi fedelissimi, che tu lo voglia o meno». Nessuno si scopre, ovviamente, in termini così brutali. L'ossequio verso il Capo resta totale. Eppure di questo si tratta, di un messaggio mai così ultimativo rivolto al leader. Al quale viene chiesto di non fare l'anguilla sulle questioni poste da Schifani dopo lunga e tormentata (così pare) riflessione con alcuni consiglieri.
In sintesi: con Fini si tenti l'accordo da persone serie, senza cedere agli umori viscerali. E basta con il movimentismo, con questa insoddisfazione perenne del Cavaliere verso il partito da lui stesso fondato, che lo porta a immaginare nuovi «predellini» per liberarsi dell'altro co-fondatore, a sguinzagliare guardie scelte come i Promotori della libertà o pretoriani come LiberaMente. Proprio questi ultimi l'altro ieri sono andati in Sicilia, terra di Schifani e di Alfano, per adunare mille persone a Siracusa sotto le bandiere degli antagonisti Prestigiacomo e Micciché: cioè una sfida aperta, quasi sfacciata, all'establishment siciliano e pure a quello nazionale.
Già, perché non più tardi di martedì scorso s'era tenuta un'apposita riunione straordinaria del «Politburo»: tutti i personaggi più in vista del partito erano corsi dal Cavaliere per strappargli una parola chiara sul frazionismo interno, e l'avevano ottenuta (o perlomeno così credevano). Addirittura c'era stata una pubblica messa al bando delle correnti mascherate da fondazioni culturali, con tanto di obbligo per quelle vere di federarsi tra loro... Tempo tre giorni, ed ecco il convegno di LiberaMente, con la solita scia di polemiche e di illazioni tipo: chi c'è dietro, dove prendono questi denari, ed altre prelibatezze del genere, tipiche delle guerre civili sotto ogni latitudine politica. Adesso l'uscita di Schifani, il pronunciamento collettivo dell'intero notabilato Pdl, la minaccia sottintesa di organizzarsi a loro volta... Berlusconi come la prende?
Bonaiuti, il portavoce, alza le mani: «Credo di essere stato il primo, potrei citare la circostanza, a sparare sulle correnti... Anzi, giacché ci siamo, basta pure con la ripartizione per quote tra ex-Forza Italia ed ex di An». Il Capo come suo solito è strattonato tra i realisti che lo esortano alla prudenza, perché senza i finiani la maggioranza sarebbe appesa a un filo, e gli ultrà che lo incensano, gli danno la carica, e come il sottosegretario Giro prevedono già la rottura definitiva con Fini.
Dilaga tra gli stessi colonnelli il sospetto che Silvio reciti due parti in commedia, prepari il faccia-a-faccia inevitabile tra lui e Gianfranco con la riserva mentale di chi in cuor suo vorrebbe dar vita a un nuovo partito berlusconiano, il terzo in 15 anni. In fondo, pure quando sciolse Forza Italia si regolò nello stesso identico modo: coi personaggi in vista del partito negava di conoscere i club della Brambilla salvo incitare di nascosto la rossa Michela Vittoria ad andare avanti. La storia tende a ripetersi, ma la nomenklatura berlusconiana ha imparato la lezione e stavolta non vorrebbe farsi cogliere impreparata.
Rutelli: "Casini si decida non capisco la sua strategia»
Sarà la Lega a staccare la spina a questo governo». Francesco Rutelli, leader di Api non ha dubbi. Si dice d'accordo con Casini su molti punti, e auspica, viste le difficoltà della maggioranza, un «governo del presidente, ma la vedo dura, perché dovrebbe condividerlo anche Berlusconi», capace di avviare «le riforme necessarie al Paese», perché «è chiaro a tutti - sottolinea - che l'Italia è in una trappola e non ce la fa ad uscirne».
Di quale trappola parla?
«Questi diciassette anni di bipolarismo, che non ha portato alle riforme. Funziona nelle città, ma non al governo. Ha fallito nel creare un centrodestra europeo e un moderno centrosinistra. Si è fondato sulla delegittimazione dell'avversario politico».
Ma la maggioranza, in questi giorni, più che alle riforme guarda ai problemi interni. Berlusconi ha visto Casini ma dalla Lega è subito arrivato lo stop all'Udc. Cosa ne pensa?
«Penso che sarà la Lega a staccare la spina a questo governo. Berlusconi, infatti, si è ormai reso conto che il suo governo dipende esclusivamente dalle volontà del Carroccio. E per questa ragione cerca di riaprire altri dialoghi. Ma sul piano sostanziale se la Lega, che ormai è azionista decisivo del bipartito di maggioranza, non incasserà i dividendi annunciati nel Nord col federalismo, si chiamerà inevitabilmente fuori. Perché lo scopo vero di questo partito non è unire e guidare, ma dividere il Paese».
E Casini a quel punto potrebbe tornare in gioco. Da qui l'incontro a cena?
«Di cene se ne fanno a centinaia. E Berlusconi se vuole complottare con qualcuno ha mille occasioni per farlo, senza finire sui giornali. Di Casini condivido molte scelte politiche. Così come ho condiviso le sue critiche sulla manovra e sul federalismo fiscale. Ora c'è da chiedersi, però: qual è la sua strategia? Perché se non si concretizza la strategia che io chiamo Terzo Polo, con obiettivi ben precisi, allora Casini rischia un predellino bis. Perché Berlusconi, in questi anni, ha già dimostrato di essere il più concreto nelle strategie, ma anche il più veloce e il più furbo».
Pensa che il terzo polo sia l'approdo naturale anche per Casini?
«Sì. Certo, il terzo polo non sarà solo un'aggregazione di partiti, di questo o quel capo, ma un soggetto capace di fare proposte al Paese per l'uscita dalla crisi, che ci inchioda e ci impoverisce. Perché l'Italia è in trappola, e insieme dobbiamo trovare il modo di farla uscire per superare una crisi economica strutturale: il senso di questa nuova aggregazione sarà per mettere in piedi le riforme».
Ma il terzo polo non è mai decollato, e poi chi farà il leader?
«Intanto creiamone le basi. Api sta crescendo ogni giorno, ma non vogliamo essere un partito in più; progettiamo di unirci, di concorrere alla forza centrale della politica futura. Quanto alla leadership, si conquista sul campo. Si vedrà alla prova del coraggio, delle idee e dei fatti».
Lei vede un rischio elezioni? Il presidente Schifani ha sostenuto che se non si trova una pace strategica con Fini c'è il rischio rottura...
«Non metto il becco nel dissidio tra il presidente della Camera e quello del Senato. Di certo Fini è un leader politico e cofondatore del Pdl. A Schifani chiediamo, invece, di essere un buon presidente del Senato. Ciò detto non credo che ci sarà la crisi di governo, perché tutti corrono il rischio di trovare un quadro peggiore di quello che lasciano. Ci vorrebbe un governo del presidente, ma non vedo oggi la disponibilità a condividerlo da parte di Berlusconi. Temo, quindi, logoramento, proliferazioni di correnti nel Pdl, paralisi delle riforme».
E il Pd cosa farà?
«Il Pd è sempre abbastanza qualcosa. È abbastanza favorevole al federalismo, è abbastanza favorevole alle primarie, è abbastanza socialdemocratico, è alquanto favorevole alle riforme della giustizia. Ma anche, spesso, abbastanza contrario. Alla fine di tutto questo essere abbastanza qualcosa, rischia di non rimanere nulla».