L'AQUILA - La 'Ndrangheta mirava agli appalti del post terremoto e voleva "infiltrarsi" in Abruzzo scalando una società per azioni trentina, ma il piano fallì. La conferma, che al "banchetto" abruzzese avrebbero voluto sedersi le cosche, arriva da Milano. La "Perego General Contractor", amministrata di fatto da Andrea Pavone, arrestato ieri assieme al boss Salvatore Strangio, nell'ambito della maxi operazione della Dda di Milano, tentò di "scalare" la Cosbau spa, azienda trentina che si occupa di costruzioni, e anche di «edifici prefabbricati destinati alle famiglie terremotate del sisma in Abruzzo». Il piano, come scrive il gip di Milano, Giuseppe Gennari, che ha firmato l'ordinanza, fallì. La Perego, che stando all'inchiesta era di fatto gestita dagli Strangio, prevedeva «grandi possibilità di sviluppo e commesse di notevole rilievo economico e politico». La Cosbau è assegnataria di alcuni lotti relativi alla ricostruzione del post terremoto dell'Aquila e, dunque, «mettere le mani sulla Cosbau avrebbe voluto dire, per Strangio, Pavone e compagnia, entrare nel giro degli appalti pubblici». Nella società che avrebbe dovuto finanziare la Cosbau e garantire l'ingresso nella società trentina al clan calabrese, spiega il giudice, «Pavone entra attraverso lo schermo di una fiduciaria svizzera, mascherata in un abile sistema di scatole cinesi». Tuttavia, «contrariamente a quanto sperato da Pavone (...) la scalata alla Cosbau non andrà in porto». La Cosbau di Mezzocorona, la maggiore impresa edile trentina, ha appalti in Trentino, Veneto, Lombardia, Piemonte ed è stata impegnata, appunto, nel progetto Case. Le banche, di fronte a un indebitamento di circa 90 milioni di euro, hanno chiuso i rubinetti. Nel suo destino, dunque, c'è la ricerca di compratori di singoli rami d'azienda o dell'intera attività. La mancanza di liquidità della società è diventato un caso anche "abruzzese" quando è arrivata la sospensione dei pagamenti per i lavori della ricostruzione. La Protezione civile ha subito respinto l'ipotesi di una qualsiasi "responsabilità" nel fallimento, precisando «che la sospensione dei pagamenti alla società trentina è stata causata dalla mancata trasmissione da parte della ditta della documentazione relativa ai pagamenti corrisposti ai subappaltatori», come previsto dall'articolo 118 del codice degli appalti, finalizzato proprio a tutelare quanti, nei cantieri, hanno lavorato con impegno e serietà.
Il piano di Strangio e Pavone fallì, ma nessuno esclude che altri possano essere riusciti a "infiltrarsi". Non lo ha escluso il presidente della Regione e commissario per la Ricostruzione, Gianni Chiodi, nella risposta a un'interpellanza presentata dal consigliere regionale dell'Idv, Cesare D'Alessandro, in cui si chiedevano informazioni proprio sul rischio infiltrazioni nel dopo sisma: «Non si può escludere a priori la presenza di infiltrazioni mafiose nei processi di ricostruzione dell'Aquila; di certo, i casi venuti alla luce sono stati repressi. Abbiamo tutti gli strumenti necessari ed efficaci per garantire trasparenza e legalità nelle procedure d'appalto». L'interpellanza, per la verità, era stata già disposta lo scorso gennaio, in considerazione delle dichiarazioni di allora del magistrato Antimafia, Olga Capasso («Non ci sono solo i Casalesi, ma anche la mafia e la ?Ndrangheta all'Aquila» e «abbiamo registrato tantissimi tentativi di ottenere appalti e reperire prestanome») e del passaggio di consegna tra Guido Bertolaso e Gianni Chiodi (1° febbraio 2010). A distanza di sei mesi, D'Alessandro ha riproposto il quesito. Elencando gli "strumenti" di contrasto alle infiltrazioni, Chiodi ha citato l'"Operazione fiducia" messa in piedi dalla Prefettura dell'Aquila d'intesa con la Regione e di concerto con Provincia e Comune dell'Aquila, sindaci del cratere; una sezione apposita istituita dal ministero dell'Interno per controlli congiunti con le altre Forze di polizia; una serie di progetti nelle mani del Commissario, con l'ausilio anche di consulenti magistrati. «Abbiamo il miglior sistema organizzativo che si sia mai visto» ha concluso. D'Alessandro si è detto insoddisfatto della replica del Governatore e Commissario, «in quanto trattasi di cose di già note».