L'AQUILA. I dati del primo semestre del 2010, relativi alla Cassa integrazione in deroga, non lasciano dubbi sul gravissimo stato di sofferenza che L'Aquila sta vivendo da ormai 15 mesi. Per la Cgil, «la situazione è tale da imporre un intervento forte sul fronte del lavoro».
«Nel 2008» ha dichiarato in una conferenza stampa Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil, «all'Aquila avevamo avuto 850 mila ore di cassa integrazione in deroga. Nel 2009, dopo il terremoto, c'è stata una lievitazione impressionante e nel primo semestre del 2010 le cose sono ulteriormente peggiorate, al punto da dover registrare un aumento del 472,2 per cento. L'Inps regionale ha fornito questa volta i dati relativi all'intera provincia e non alle singole realtà territoriali. Cosa questa che potrebbe confondere le idee e lasciare intravedere un qualche segnale di ripresa. In realtà le cose non stanno così, almeno non per L'Aquila e per i comuni del cratere. La situazione è gravissima e la fotografia di questo terrritorio è quella che viene fuori dai dati della cassa in deroga. Nel settore del commercio, tanto per fare qualche esempio, abbiamo avuto in questi primi sei mesi dell'anno un aumento del numero delle ore di cassa in deroga del 573%» ha aggiunto il sindacalista. «Nell'artigianato l'aumento si è attestato al 538%; nell'industria le ore di cassa in deroga sono raddoppiate (230.500 quelle del 2010) e nell'edilizia - il settore che oggi dovrebbe navigare a vele spiegate - si è passati dalle 834 ore del 2009 a 28.802».
«Ciò significa» ha spiegato Trasatti «che nella ricostruzione leggera e nei puntellamenti stanno lavorando per lo più imprese edili di fuori. Se non si porrà un argine a tutto questo e se non ci saranno misure specifiche, in grado di rilanciare le attività produttive nelle zone terremotate, si rischierà di chiudere il 2010 con oltre 7 milioni di ore di cassa integrazione».
Misure che, per la Cgil, dovranno arrivare, in primo luogo, dal governo centrale.
«La sola zona franca urbana» ha aggiunto Trasatti «da sola non potrà bastare. Tanto più che si tratta di una misura che va ad aiutare soprattutto le nuove imprese, quelle pronte ad investire all'Aquila, e non quelle già esistenti che stanno faticosamente cercando di tenersi a galla. Un provvedimento che, così come formulato, apre la strada a una sorta di concorrenza sleale tra le aziende di fuori, che avranno una serie di benefici, e quelle locali che dovranno accontentarsi di poche briciole». Secondo il sindacato, «qui c'è il rischio di uno spopolamento. Un fenomeno già iniziato, stando ai dati forniti dal Comune circa il cambio di residenza di un migliaio di aquilani».
«La priorità impellente è il lavoro. Tutte le attività del centro storico, salvo qualche eccezione, sono ancora chiuse. Poche sono quelle riuscite a ricollocarsi in altre zone del comune. E per i lavoratori autonomi è stato fatto davvero poco, visto che l'aiuto dello Stato si è materializzato nell'erogazione di 800 euro per soli tre mesi. Qui c'è bisogno di altro, perché siamo in una situazione di straordinaria emergenza. Per l'Aquila serve una tassa di scopo e servono misure urgenti per il rilancio dell'economia. È necessario, anche, lavorare sui contratti di programma per la grande industria, perché il futuro di questo territorio non può essere legato ai soli call center. A rendere, poi, le cose più difficili c'è la ripresa dei prelievi fiscali per alcune categorie. Il primo effetto sarà la contrazione dei consumi. La situazione è drammatica e bisognerà far presto».