PESCARA. Un partito moderno, di una destra moderna, non ideologica ma ricca di idealità, il cui obiettivo è riformare in profondità la società italiana. Il partito di cui ha parlato ieri al Circus Gianfranco Fini non è però Generazione Italia, di cui pure si raccoglievano le iscrizioni.
E' invece il Pdl la «casa madre» nella quale Generazione Italia, che si sta mobilitando per aprire circoli in tutto il Paese, vuole restare. Una casa nella quale Berlusconi resta leader indiscusso, ma alla quale «è stata consegnata 50 anni di storia italiana». E dunque non può essere gestita da un «centralismo carismatico», dove pensa «uno solo per tutti». «La democrazia è un'altra cosa», ha scandito Fini. «Credo che, ferma restando la leadership di Berlusconi, bisogna organizzare meglio il Pdl perché non si può dire, come ha scritto Feltri sul Giornale, "dopo di me il diluvio", e chissà cosa accadrà e chi se ne importa. Il Pdl è una creatura che deve impostare il suo lavoro per i prossimi dieci, quindici, trent'anni».
Stimolato dalle domande del direttore del Centro Luigi Vicinanza, Fini ha delineato un partito, un Pdl, dove si torna a parlare di politica, con lo sguardo al futuro e non al passato. Dove i temi sono quelli che il futuro impone all'agenda dei governi e dei partiti e non quelli «vecchi di 20 anni come il conflitto d'interessi». Un partito dove le questioni vengono affrontate con la ragione e non con l'emozione delle campagne elettorali e dove non si entra per «fare gli affari propri, per la carriera o i privilegi». Un partito infine dove si fanno i congressi (questo lo ha detto ai quadri del partito, prima dell'incontro). Dove si eleggono le strutture del Pdl, a partire da quelle locali, «come si fa nei partiti democratici», per poi discutere su chi ha i mezzi, le capacità e la credibilità per dirigerlo.
Fini si presenta come l'interprete di una politica che fa della coesione sociale, della solidarietà e dell'unità, un obiettivo imprescindibile, assieme a quelli che ritiene valori fondanti, come la legalità, il garantismo «ma non giustificazionismo», la giustizia «che non è giustizialismo». Traduce nel linguaggio della destra europea temi vicini alla sinistra, come il no al liberalismo senza regole, chiedendo al Pdl di occuparsi del «conflitto tra capitale e lavoro». Approfittando di una delegazione di giovani diciottenni di Rosciano che, accompagnati dal sindaco Alberto Secamiglio, ricevono una bandiera italiana e una copia della Costituzione firmata da Fini, può parlare di immigrazione e di integrazione segnando la distanza con l'alleato della Lega.
Può infine rivendicare le modifiche alla legge sulle intercettazioni arrivate ieri con l'emendamento della maggioranza in commissione Giustizia presieduta dalla «sua» Giulia Bongiorno. «Voglio vivere in un Paese», ha detto, «in cui ogni giornale scrive quel che vuole ogni giorno. Sarebbe veramente un brutto momento se non si potesse scrivere che è stata aperta un'indagine o che è stato spiccato un ordine di arresto. Questo è certamente possibile», ha proseguito, «insieme al divieto di pubblicare il gossip. Così come, nell'ambito della legge, era sacrosanto continuare a garantire a polizia e magistratura di poter combattere il crimine anche con le intercettazioni. C'è stato un momento, secondo me, in cui quella garanzia non era al 100% reale». Oggi Fini può dire che quella garanzia c'è e non certo per merito di Berlusconi.