ROMA «Ad aver pagato i maggiori costi della crisi sono i più giovani». Il bilancio 2008-2009 è pesante: in Italia ci sono 485 mila occupati in meno fino ai 34 anni di età, e 125 mila lavoratori in più oltre i 34 anni. Il rapporto del Cnel sul "Mercato del lavoro 2009-2010" parla di «chiara caratterizzazione generazionale» nelle dinamiche di espulsione dall'attività produttiva che stanno caratterizzando questa crisi economica. Rileva che «il fenomeno non è un'esclusiva italiana», ma non per questo è è meno allarmante. In Italia più della metà dei disoccupati (il 55%) è sotto i 35 anni.
Le imprese reagiscono alla crisi ricorrendo alla cassa integrazione, fatto che ha permesso di limitare all'1% il calo dell'occupazione dipendente, calo che però si è tutto concentrato sul lavoro temporaneo. Come mette in evidenza il Cnel, si taglia la manodopera più facile e meno costosa da eliminare. Nel 2009, per via dei mancati rinnovi, il numero di occupati con contratti a termine si è ridotto del 7,3%, che significa 269 mila lavoratori temporanei in meno. Ed è evidente che in questa categoria rientrano soprattutto i giovani, quelli che lavorano da meno tempo, e che sono meno tutelati.
Quest'anno le cose non stanno andando meglio. In base alle stime del Cnel la disoccupazione salirà all'8,7%, due punti e mezzo al di sopra del valore toccato nel 2007, prima dello scoppio della crisi. E come ha sottolineato il presidente Antonio Marzano «la ripresa è in atto, ma è fragile e il mercato del lavoro non è particolarmente dinamico dal punto di vista delle nuove assunzioni e dei nuovi posti». Senza politiche mirate i giovani faranno ancora le spese di questa situazione. I giovani e le donne perchè se solo il 41% delle persone attive è di genere femminile, ben il 48,6% dei disoccupati lo è.
A completare l'identikit della posizione più svantaggiata c'è poi il dato del confronto tra le diverse aree del Paese. Nel Centro-Nord il numero di occupati è calato dell'1% nel 2009, mentre nel Sud la riduzione è stata tre volte superiore, del 2,9%. Quest'area «ha subito in misura più che proporzionale gli effetti del deterioramento del mercato del lavoro», rileva il rapporto del Cnel che è stato curato da Carlo Dell'Aringa, economista della cattolica di Milano.
In contemporanea con la presentazione del rapporto del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, la Svimez presentava a Roma il suo nuovo studio sull'economia del Mezzogiorno. E il quadro è drammatico. Una famiglia meridionale su cinque non ha i soldi per andare dal medico e una su cinque non può permettersi di pagare il riscaldamento. Quasi un meridionale su tre è a rischio di povertà a causa del reddito troppo basso. Parliamo di 6 milioni e 838 mila persone, fra cui 889 mila lavoratori dipendenti e 760 mila pensionati. Nel Centro-Nord in questa situazione di indigenza si trova una persona su dieci. Sono dati del 2007, quindi oggi la situazione dovrebbe essere ancora peggiore. Il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese, e nel 47% delle famiglie del Sud arriva un solo stipendio che non basta per le 3 o più persone a carico che fanno parte del nucleo familiare del 12% delle famiglie meridionali, dato quattro volte superiore a quello del Centro-Nord.
La Svimez chiede un nuovo progetto-Paese per il Mezzogiorno che parta dal rilancio delle infrastrutture, con un piano da 35 miliardi di euro per coinvolgere «la nuova frontiera dei settori più innovativi». Il presidente Giorgio Napolitano ha mandato un telegramma: «La crisi che ha colpito il Paese non ha risparmiato le situazioni di già profonda difficoltà del Mezzogiorno italiano e l'obiettivo di ridurne gli effetti nel breve periodo è diventato prioritario. I risultati delle politiche insufficienti del passato devono spingere ad una modifica dello stesso impianto strategico degli interventi di sviluppo».