PESCARA. Il sistema sanitario abruzzese è sempre più un pozzo di debiti senza fondo e il pareggio dei conti un obiettivo lontano dall'essere conseguito. A rivelarlo è lo stesso governatore, commissario alla sanità, Gianni Chiodi, nel corso di una conferenza, ieri a Pescara, definita tra le più importanti e drammatiche del suo mandato. «I conti della sanità», afferma Chiodi, «registrano una perdita di 101 milioni di euro che dovranno essere restituiti allo Stato». Come dire che, oltre ai debiti da «ripianare» con il piano operativo 2010, ancora al vaglio del governo, al prezzo di enormi sacrifici e tagli ai servizi ospedalieri che stanno trasformando l'Abruzzo in una polveriera, bisognerà scalare un'altra montagna sfidando «le lobby della sanità come mai nessun governo regionale aveva fatto in passato».
Affiancato dall'assessore Lanfranco Venturoni, dalla sub commissario, Giovanna Baraldi, dal direttore dell'Agenzia sanitaria regionale, Ferdinando Romano, e dalla presidentessa della commissione Affari sociali e politiche della salute del consiglio regionale, Nicoletta Verì, Chiodi ha sciorinato cifre e programmi non esitando a indicare i «responsabili» del «nuovo buco» di bilancio apparso come un ladro nella notte, all'indomani dell'ennesimo confronto al tavolo di monitoraggio sulla spesa sanitaria con il governo nazionale.
«Questo pesante fardello», spiega Chiodi, «emerge da una verifica degli stati patrimoniali. La causa discende da una grave irregolarità che si è generata per la mancata applicazione della legge regionale numero 4 del 16 marzo 2007 da parte del governo che, in quel momento, era alla guida dell'Abruzzo. A quel periodo», incalza Chiodi, «risale una delle pagine più nere della nostra storia, perché tutte le risorse fiscali dell'annualità 2006, anziché essere destinate alla copertura delle perdite del sistema sanitario, vennero dirottate sul bilancio regionale».
Accuse gravi, che hanno subito suscitato la viva reazione del centrosinistra e di esponenti della ex giunta Del Turco (vedi servizio in apertura della pagina a fianco). «Questa legge», prosegue Chiodi, «aveva invece lo scopo di destinare integralmente il gettito fiscale derivante dagli aumenti di Irap e Irpef al settore sanitario, e di disporre un piano straordinario di dismissioni di immobili per assicurare il pareggio di bilancio della Regione per l'esercizio 2007, apportando le conseguenti variazioni di spesa».
Come uscire dalla impasse? Per il governatore, non c'è altra possibilità «che articolare una nuova proposta che risulti convicente ai «controllori» romani. «L'unica strada percorribile», annuncia Chiodi, «è quella di utilizzare parte dei fondi Fas», quei fondi per le aree sottosviluppate già invocati per rianimare altri settori di una economia regionale in gravi difficoltà. E' lo stesso governatore ad aggiungere che una analoga richiesta è stata negata a Molise, Campania, Calabria e Lazio. Ma Chiodi si è detto fiducioso che, per l'Abruzzo, non sarà così. «Da diverso tempo abbiamo avviato un percorso virtuoso di risanamento e questo il governo nazionale lo sa bene». La stessa fiducia di poter strappare il via libera del governo è ribadita sul programma operativo 2010, in particolare sul piano di riordino ospedaliero che in Abruzzo sta infiammando sindaci e amministrazioni di ogni colore politico. La razionalizzazione della rete di assistenza sanitaria che - a parte le «criticità riguardanti il turn-over del personale e altre relative alla spesa farmaceutica» - nella visione del governatore, non equivale affatto a una rinuncia di servizi sanitari, o peggio a una lesione profonda del diritto alla cura degli abruzzesi. «Secondo gli standard qualitativi indicati dallo stesso ministro per la Salute, Ferruccio Fazio, in Abruzzo, sarebbero dovuti rimanere appena nove ospedali pubblici. Invece, il piano operativo ne prevede sedici oltre, ovviamente, a quelli privati. Una cosa è certa, il 99 per cento dei cittadini abruzzesi avrà un ospedale importante vicino a casa, cioè raggiungibile in macchina entro il limite dei 50 minuti dal verificarsi della necessità di ricorrere alle cure sanitarie mentre per l'81% sarà addirittura possibile arrivare in ospedale entro 30 minuti».