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Data: 26/07/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Alemanno: la Lega rinunci alla parola "secessione" Il sindaco tocca un nervo scoperto. E Bossi: nello Statuto ci metto quello che voglio

ROMA - Alemanno tocca un nervo scoperto: «La Lega tolga dal suo Statuto la parola secessione». E scatena l'ira di Bossi, un ministro della Repubblica al quale quella parola invece non dispiace affatto: «Noi nel nostro Statuto ci mettiamo quello che vogliamo», la replica, quasi a brutto muso, del capo del Carroccio. Che, punto sul vivo, mena fendenti, Gianni si butta nell'ideologia «perché a Roma non ha combinato molto».
E dire che lo scambio a distanza di vedute (e di colpi) tra il sindaco capitolino e il ministro delle Riforme era stato preceduto da parole che tutto volevano essere tranne che una dichiarazione di guerra. Anzi. «C'è anche una Roma ladrona, lo diciamo a chi combatte questa battaglia»,aveva appena finito di dire Alemanno, chiudendo la tre giorni di Orvieto, davanti ai suoi fedelissimi della Fondazione Nuova Italia. «Noi questa battaglia - aveva aggiunto - la combattiamo con eguale forza perché ne paghiamo la presenza, ce l'abbiamo in casa, ci inquina, ci crea problemi».
Insomma se non proprio una dichiarazione di amorosi sensi - impossibile - almeno la ricerca di un obiettivo comune con l'alleato di governo. Un punto di incontro per combattere un nemico che non ha confini geografici: la burocrazia. Senza dire che Roma ladrona non è un'esclusiva della Lega. Ha una genesi che viene da lontano, anche se le camice verdi ne rivendicano da sempre il copyright. E' quel che resta dell'antico livore contro la capitale. Una controversia che qualcuno fa risalire addirittura al 1871, quando Vittorio Emanuele II dichiarò Roma «capitale del Regno».
Già in passato, il 18 agosto dello scorso anno, il primo cittadino romano aveva sottratto l'argomento preferito alla Lega, puntando il dito contro «la Roma dei ministeri e «le burocrazie nazionali». «Quel tipo di Roma burocratica odiato anche dai romani».
Ieri al primo cittadino Roma è bastato sfiorare l'argomento più scomodo, quello più lacerante per la Lega, per mettere a nudo l'incompatibilità del doppio ruolo del ministro che da capo leghista sventola la bandiera della Padania libera. «Via la parola secessione dallo Statuto della Lega», ha chiesto Alememanno, chiarendo subito dopo qual è la sua idea di federalismo. Da presidente dell'Anci chiede un ruolo più importante per i comuni, «la stessa importanza delle Regioni». Un modello «che non è il Belgio che si sta sfasciando», semmai «è la Germania, un Paese fortemente federale ma con un'identità comune ben definita». Pensato «per unire e non per dividere».
Una tappa importante per strutturare il nuovo stato federale saranno le celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia. «Siano il momento per far fare pace tra le diverse appartenenze comunitarie, se non c'è questo la patria diventa uno sterile contratto. A tutti gli adoratori del patriottismo costituzionale diciamo che i popoli non si fanno con i pezzi di carta». E ancora: «Dobbiamo ritrovare i valori antichi della Repubblica di Roma, che sono principi importanti anche della Repubblica italiana». L'altro richiamo è alla «dottrina sociale della Chiesa, il cattolicesimo e il principio della democrazia incarnata dal popolo». Frase pronunciata poco prima di intervenire, in serata, a Trastevere, allo sbarco della "Madonna fiumarola", che attraversa il Tevere, «una benedizione per tutta la città, a lei ci affidiamo affinché siano superati tutti i problemi e tutte le crisi e affinché Roma cresca nel benessere e nella giustizia».

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