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Data: 26/07/2010
Testata giornalistica: Il Messaggero
Fini non indietreggia: «Io al governo? È ridicolo» Granata: attaccano me ma puntano al presidente della Camera

ROMA - Sapeva Gianfranco Fini che stava per scattare la reazione del Cavaliere contro di lui. Non solo Silvio Berlusconi non ha digerito i cambiamenti al ddl intercettazioni che gli sono stati «imposti», ma intende il martellamento del presidente della Camera e dei finiani su «legalità» e «questione morale» come un sostegno all'opera di delegittimazione del governo, che oggi monta sull'onda dalle inchieste sulla P3 e da quelle siciliane. Come al solito, al fuoco di fila dei fedelissimi del premier, Fini risponde alzando la guardia e chiudendosi a riccio. Berlusconi vuole che lui si esponga per difendere Fabio Granata o per scaricarlo? E Fini tace. Berlusconi vuole che sieda sul banco degli imputati per rispondere di slealtà o tradimento? E Fini si sottrae. La sua tattica difensiva prevede di accettare sfide in campo aperto solo su tre questioni: la democrazia interna al Pdl, l'unità nazionale, la legalità appunto. Sono i terreni su cui Fini si sente più forte. Mentre quella battuta di Ignazio La Russa sul passaggio di Fini al governo è giudicata dall'interessato come un'«ipotesi ridicola». È chiaro che Fini non ha la minima intenzione di lasciare la presidenza della Camera.
Certo, a Granata spesso scappa qualche parola di troppo. Ieri lo hanno ripreso pubblicamente altri due finiani come Silvano Moffa e Pasquale Viespoli (per le accuse a Mantovano). Ed è probabile che anche Fini la pensi così. Ma per ora mantiene la massima prudenza. Granata dice che gli attacchi contro di lui sono «strumentali» e che «il vero obiettivo è Fini». Era questa ieri la ragione dell'irritazione di Fini. Ma il suo problema principale è capire quale altra mossa si prepara e se l'obiettivo di Berlusconi è arrivare davvero a una resa dei conti.
Guardando l'agenda politica dei prossimi giorni, scontato il varo della manovra economica con voto di fiducia, la sola vera incognita riguarda il ddl intercettazioni. E il timore dei finiani, confessato ieri in giro dei telefonate, si concentra su una possibile «trappola»: l'autoaffondamento della legge da parte degli ultrà berlusconiani, favorito dallo scrutinio segreto. «Potrebbero votare contro e dare la colpa a noi» dice qualche deputato vicino a Fini. Perché è chiaro che la fine traumatica del ddl intercettazioni innescherebbe una vera e propria crisi politica e, a quel punto, nessuna tattica difensiva potrebbe impedire il più duro degli scontri, per di più sul terreno mediatico più congeniale al Cavaliere.
I finiani spingono per un rinvio del ddl intercettazioni anche per questo. Berlusconi invece insiste per il voto finale alla Camera nella prima settimana di agosto. L'opposizione prepara barricate e ostruzionismi. Ma il voto sulle pregiudiziali di costituzionalità sarà inevitabile probabilmente già il 29 luglio. Le pregiudiziali verranno votate a scrutinio segreto e la trappola è in astratto possibile. Del resto gli uomini di Fini negano di aver il minimo interesse, oggi, ad inasprire i rapporti nel Pdl tanto in tema di manovra economica che di intercettazioni (dove, anzi, Fini rivendica la «vittoria»). E semmai leggono gli attacchi di Sandro Bondi e Ignazio La Russa come un tentativo di spostare i riflettori lontano dalla sconfitte che Fini ha inflitto a Berlusconi: non solo sul ddl intercettazioni, ma anche su Brancher e Cosentino, costretti alle dimissioni dopo pochi giorni di inutile difesa da parte di Palazzo Chigi. Fini non esclude che, se oggi sarà evitata la guerra, a settembre si potrebbe tornare a tessere il dialogo con Berlusconi: c'è un pezzo di Pdl che vede nell'asse Tremonti-Bossi il pericolo maggiore. Ma nessuno esclude una rottura definitiva: «È una situazione da momento finale» confida il finiano Luca Barbareschi.

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